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mensile di attualità, cultura e informazione della Giunta regionale del Veneto
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anno X - settembre  2007 - numero  9


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Editoria


Laura Pariani, Nicola Lecca
Ghacciofuoco
racconti, pp. 224, € 16,50

Ghiacciofuoco inaugura un genere di scrittura nuovo, parallelo, che vuole proporre al lettore un’esperienza ancora inedita e stimolante.
Un progetto assolutamente originale nel nostro panorama letterario, che vede uniti due tra i migliori scrittori italiani della nuova generazione.
Il termometro segna 16 gradi sotto lo zero, e il sole non sorge mai quando Nicola Lecca scrive a Laura Pariani un’email da Reykjavík. Lei la riceve in una Buenos Aires luminosissima, ma affaticata dal caldo e dall’umidità. È estate in Argentina, mentre in Islanda è ancora inverno pieno. Nicola Lecca ha scelto di vivere in Scandinavia: ama il silenzio asettico di quei paesaggi, la calma polare del buio perenne, la timidezza infinita delle persone. Laura, invece – che abita in Argentina – preferisce i colori accesi dei mercati sudamericani, il caos felice delle capitali andine, la passionalità del tango e quella delle menti. Nello stesso momento, seduti al tavolo di due internet caffé molto lontani fra loro, i due scrittori si accorgono di vivere esperienze opposte e di giorno in giorno continuano a raccontarsele. 
Nasce così Ghiacciofuoco e il desiderio di ritrarre la figura della donna in contesti geografici fra loro opposti. Nicola Lecca e Laura Pariani – due scrittori diversissimi per generazione, stile di scrittura, idee, esperienze – decidono di confrontarsi e di raccontare i mondi lontani che hanno potuto conoscere.

Nascono sette figure di donna (la moglie, la vecchia, la prostituta…), sette storie che saranno raccontate due volte. Laura Pariani, infatti, ambienterà ognuno dei suoi racconti in Sud America e Nicola Lecca, invece, nel Nord del mondo. 
NICOLA LECCA (Cagliari,1976) è un appassionato viaggiatore e ha vissuto a lungo in Inghilterra, in Svezia e in Islanda. Con Marsilio ha pubblicato: Concerti senza orchestra (1999), finalista Premio Strega e Premio Rhegium Julij per l’opera prima, Ritratto notturno (2000), Prix du Premier Roman, e Ho visto tutto (2003), Premio Hemingway. Il suo romanzo Hotel Borg (Mondadori, 2006), Premio della Società lucchese dei lettori, è tradotto in sette paesi europei fra i quali Germania, Danimarca, Olanda e Islanda.


LAURA PARIANI (Busto Arsizio,1951) vive tra il Piemonte e l’Argentina. Negli anni settanta ha disegnato e scritto storie a fumetti. Il suo esordio narrativo avviene nel 1993 con la raccolta di racconti Di corno o d’oro (Sellerio), Premio Grinzane Cavour e Premio Piero Chiara. Da Sellerio escono nel 1995 Il pettine e La spada e la luna, Premio Elsa Morante e Premio Giuseppe Dessì. In seguito: La perfezione degli elastici (e del cinema) (Rizzoli 1997), Premio Selezione Campiello, La Signora dei porci (Rizzoli 1999) Premio Grinzane Cavour, Il paese delle vocali (Casagrande 2000), La foto di Orta (Rizzoli 2001), Quando Dio ballava il tango (Rizzoli 2002) Premio Alassio e Premio Gandovere, L’uovo di Gertrudina (Rizzoli 2003) Premio Selezione Campiello e Premio Piero Chiara, La straduzione (Rizzoli 2004) Premio Comisso, Il paese dei sogni perduti (Effigie 2004), Tango per una rosa (Casagrande 2005), Patagonia Blues (Effigie 2006), I pesci nel letto (Alet 2006), Dio non ama i bambini (Einaudi 2007). È tradotta in varie lingue.


Serge Quadruppani
In fondo agli occhi del gatto
farfalle, pp. 192, € 13,00

Quello che c’è in fondo agli occhi del gatto, è ciò che vede:
un momento che sta prima e dopo di noi, e tuttavia è già in noi.
Il momento in cui la carne abbandona le ossa
«Non accennerò alla trama di questo romanzo (dirò solo che è intelligentemente sviluppata e assolutamente avvincente) perché se lo facessi finirei in qualche modo col condizionare il lettore. Ogni racconto di un racconto è già, inevitabilmente, la scelta di un personale punto di vista. Invece quello che qui semmai conta è il punto di vista, rasoterra, del gatto. Desidero invece sottolineare sia la grandissima qualità della scrittura di Quadruppani sia la sua notevole tecnica narrativa. Comincio da quest’ultima. Spesso e volentieri l’autore interrompe la sua fluente narrazione letteraria per fare intervenire uno strumento che letterario non è. Può trattarsi di una macchina da presa. Scrive infatti frasi come “cambio di visuale” o “cambio di luce e d’inquadratura”, oppure parole come obiettivo, che annunziano uno spostamento della macchina da presa, vale a dire un’imminente angolazione diversa del racconto. Ora la grande abilità dell’autore riesce a far sì che il romanzo, pur con queste concessioni a un altro mezzo narrativo, si mantenga sempre rigorosamente dentro le ragioni, le forme e i modi del romanzo, della letteratura, senza cadere mai nella facile soluzione dell’oggettività dell’occhio fotografico. E veniamo alla scrittura. È una scrittura di grande sapienza, intesa com’è a restituire al lettore non quella che comunemente si definisce come “atmosfera”, ma i dettagli, i particolari, gli elementi che quell’atmosfera servono a creare. Si tratta di suoni, odori, movimenti, colori, persino sensazioni tattili... Come se l’autore fosse munito di vibrisse e attraverso di esse avesse una maggiore capacità di captare un mondo che noi non riusciamo a percepire. Davvero eccezionale».ANDREA CAMILLERI
Michael, cinquantenne disoccupato e sognatore, aveva soltanto due punti di riferimento nella vita: l’amico d’infanzia Paul e la sua gatta Jupon. Entrambi vengono brutalmente ammazzati. E mentre degli sbirri assassini tentano di eliminarlo e altri poliziotti provano a salvarlo, la sua vita deraglia in direzione di Emile, reduce di guerre sporche e segrete, che attende un misterioso nemico barricato nel suo eremo di campagna.
Teso fino allo spasimo, popolato di personaggi teneri e bizzarri, questo appassionante romanzo noir indaga la presenza e il fascino di una forza più che mai al centro della nostra storia: la crudeltà.


SERGE QUADRUPPANI, francese, è nato nel 1952. Vive tra Roma e Parigi, dove dirige una collana pubblicata da Metailié dedicata alla narrativa italiana, di genere e non. Ha scritto diversi saggi e romanzi, fra cui L’assassina di Belleville, La breve estate dei colchici, La notte di Babbo Natale, pubblicati nei Gialli Mondadori. Traduttore dall’americano e dall’italiano, è la voce francese di alcuni dei migliori giallisti del nostro paese.


Pierangelo Dacrema
La dittatura del PIL
le maschere, pp. 96, € 10,00

Da qualche anno un discorso economico e politico immiserito ruota con insistenza ossessiva intorno a tre lettere: PIL
Benché abbia il difetto non lieve di trascurare la qualità dell’aria che respiriamo o quella dei servizi sanitari, la facilità di trovare un parcheggio o la «dolcezza di vivere» in un certo paese, il PIL viene trattato come l’indicatore attendibile del benessere collettivo: al punto che pochi decimali (il PIL è un numero, e la sua crescita una percentuale) possono decidere una campagna elettorale. La politica è caduta in una trappola, si direbbe; come noi che l’ascoltiamo e le andiamo dietro.
Cosa sia il PIL, come venga calcolato, come abbia innescato una competizione insensata tra Stati ed economie, quale impatto psicologico e quali conseguenze sulla produzione abbia la sua avvilente semplificazione e quantificazione della realtà, perché agisca più da freno che da stimolo allo sviluppo, e quali vantaggi verrebbero dal non calcolarlo più, o almeno dal ridimensionare l’importanza che gli attribuiamo: sono i temi affrontati da Pierangelo Dacrema in questo pamphlet appassionato e appassionante, che è un’esemplare lezione di disciplina.Un numero che misura lo sviluppo «umano»,
o una superstizione che lo rallenta e lo intralcia?


PIERANGELO DACREMA ha pubblicato negli ultimi anni La morte del denaro (Marinotti 2003) e Trattato di economia in breve (Rubettino 2005). Già operatore di borsa, dal 1994 si dedica esclusivamente all’attività accademica. Ha insegnato nelle Università di Bergamo e di Siena, alla Cattolica e alla Bocconi di Milano. È attualmente professore ordinario di Economia degli intermediari finanziari all’Università degli studi della Calabria.


Davide Cervellin
Senza maschera
Storie al limite della normalità
Gli specchi, pp. 224 ca., € 15,00 ca.


Una lezione a tutti noi su ciò che significa vivere da disabili ed essere felici
«… gli uomini che si sono impadroniti della terra, che sulla terra hanno fondato il diritto di proprietà e per questo diritto hanno tanto combattuto, hanno fatto guerre sacrificando milioni di vite», stanno oggi pensando di «privatizzare l’acqua e, chissà, domani l’aria».
«…quei telegiornali dove gli omicidi, gli stupri, le violenze gratuite sono l’unica informazione che passa alimentando pericolosamente la consuetudine dello spettatore con la drammaticità della morte fino a farlo diventare indifferente ad un accadimento così tragico».
«…questo nostro avvio di Terzo Millennio, dove le automobili hanno sostituito i topi per la presenza e per la capacità geometrica di riprodursi e di invadere ogni spazio fino quasi a sottrarci la nostra area vitale. Chissà se un giorno arriverà davvero un pifferaio magico a liberarci prima che questa distorsione del progresso non abbia il sopravvento su di noi e non ci abbia annientati».
Attraverso il racconto della vita di Paolo, Davide Cervellin ci offre l’occasione per riflettere sul senso autentico dell’esistere in un’epoca in cui le fedi sembrano avere ancora in sé «il germe dell’intolleranza, dello scontro».
Serve, invece, «dialogare, capire, accettare e dare valore alle diversità, diversità di pensare, di agire, diversità di concepire l’etica, la morale, accettare che ci siano più etiche, più morali, comprendere che il relativo è più giusto dell’assoluto».
I diritti d’autore di questo libro sono interamente devoluti alla
CBM Italia ONLUS – Missioni cristiane per i ciechi nel mondo


DAVIDE CERVELLIN, imprenditore di successo, fondatore e presidente di Tiflosystem, azienda leader nel settore dell’hi-tech. Appassionato di tecnologie informatiche; ha curato i più importanti progetti per la vita indipendente di persone disabili e anziane. Dal 2003 si dedica con impegno all’agricoltura producendo vino e olio extravergine di qualità. Si interessa di energie rinnovabili e di costruzioni biocompatibili. Ha pubblicato per Marsilio Quando un cieco vede oltre. Come i diversi possono essere utili (2001) e Disabili. Come trasformare un limite in un’opportunità (2003, 2 edizioni).


Rossana Miranda, Luca Mastrantonio
Hugo Chávez
Il caudillo pop
prefazione di Gian Antonio Stella
Tempi, pp. 160 ca., € 10,00 ca.


È la nuova icona della sinistra radicale, altermondista e anti-nordamericana. Per chi crede in Dio o in Marx, tanto per Chávez è lo stesso, è il nuovo Messia, la reincarnazione di Simón Bolívar, l’eroe che guida alla riscossa il popolo oppresso del sud-america. In realtà, Hugo Chávez è il nuovo caudillo dei venezuelani, presso i quali gode di una popolarità ora sincera, per il suo carisma, l’impegno sociale e l'efficace retorica, ora coatta, viste le misure restrittive nei confronti di chi gli è avverso.
L’ex militare golpista è un personaggio di indubbio fascino, capace di affiancare alle grandi doti oratorie una smisurata capacità di sfruttare i mezzi di comunicazione di massa. Cita Che Guevara e Ortega y Gasset e con il suo “socialismo magico” sembra uscito da un romanzo di Gabriel García Márquez. 
È il primo politico della società globale dello spettacolo ad aver conquistato la sinistra, capace di bucare lo schermo e di finire sulle principali copertine, anche glamour, in tutto il mondo. In Italia vanta un rumoroso e composito fan club, soprattutto tra l’estrema sinistra, quella radicale e i comunisti italiani, ma anche la destra lo guarda ammirato, con invidia e gelosia. Fausto Bertinotti è entusiasta di Chávez, Massimo D'Alema ne ha preso cautamente le distanze. Con la sua nazionale di calcio, Chávez ha battuto l’Inter del petro-collega Massimo Moratti, mentre quando ha incontrato l’«amico» Silvio Berlusconi, gli è stata presentata la valletta venezuelana Aida Yespica.
«Strepitoso. Questo libro aiuta a leggere un fenomeno politico che, per quanto il Venezuela sia al di là dell'oceano, ci interessa da vicino. Perché attraverso Chávez possiamo capire meglio anche noi stessi. La nostra politica sempre più dominata dalla televisione e da quello che avviene “in” televisione» GIAN ANTONIO STELLA


ROSSANA MIRANDA (Caracas, 1982), laureata all'Universidad central de Venezuela, ha lavorato presso il quotidiano «El Nacional» e la tv pan-sudamericana Telesur. È divisa tra il Venezuela paterno, per il quale scrive su riviste e quotidiani, e l'Italia materna, dove frequenta un master in Sociologia alla Sapienza di Roma e lavora per il mensile «Formiche». Spera di essere una piccola prova vivente che per i venezuelani è irrinunciabile il diritto alla critica. 

LUCA MASTRANTONIO (Milano, 1979), laureato in Lettere alla Sapienza di Roma, è responsabile cultura e spettacoli del quotidiano «Il Riformista». Collabora a programmi di radio, riviste culturali e il settimanale «A». Di Chávez pensa che se fosse un fascista degli anni venti, o un venezuelano dei barrios di oggi, lo voterebbe senza dubbio. Non essendo né l'uno né l'altro, lo guarda con affascinato sospetto.


Angela Padrone
Precari e contenti
Storie di giovani che ce l’hanno fatta
Tempi, pp. 240, € 14,00

Il segreto di quelli che ce la fanno. Quali strade hanno seguito? Quali consigli hanno ricevuto?
Il precariato è oggi l’incubo dei giovani che cercano lavoro. Ma è diventato anche un luogo comune, uno spauracchio di cui si parla più che della disoccupazione, del lavoro nero e dello sfruttamento. Qualche politico si è spinto fino al punto di dire che oggi i “call center”, simbolo del precariato, sono come le miniere di carbone di cento anni fa. Ma è proprio così? Forse no. Dietro il luogo comune si nasconde una realtà più varia di quanto si dica e spesso piena di opportunità: tanti ragazzi riescono a realizzare i loro sogni e le loro aspettative. Come si fa a non farle svanire?
In Precari e contenti sono raccontate storie di ragazzi e ragazze. Alcuni sono precari, altri non più, quasi tutti però hanno trovato una propria strada. Il loro entusiasmo e il modo in cui hanno superato le difficoltà possono essere una grande fonte di ispirazione, una formidabile guida per quanti ancora sono incerti e non sanno dove andare.
In realtà, nell’attuale mercato del lavoro, ci sono più opportunità di quante ce ne siano mai state. Proprio il precariato, gli stage, il lavoro interinale, i contratti a termine e le borse di studio, sono le strade attraverso cui tanti giovani ce la fanno. Sono delle occasioni che i loro fratelli maggiori e i loro genitori non avevano.
Se la disoccupazione in Italia è scesa sotto il 7%, il livello più basso degli ultimi trent’anni, qualche speranza vuol dire che c’è.
L’importante è che i giovani imparino a non sprecare le loro capacità e a prendere al volo le occasioni


ANGELA PADRONE, giornalista, vive a Roma dove è nata il 19 giugno 1960. È cresciuta tra politica e sport negli anni ’70, quando le due cose sembravano incompatibili. Si è laureata in filosofia alla Sapienza di Roma nell’83, e all’inizio ha svolto ricerche di storia e di antropologia culturale. È stata ragazza alla pari a Londra, operaia in una fabbrica del nord dell’Inghilterra, insegnante di storia e filosofia in Italia. Ha studiato presso la Scuola superiore di pubblica amministrazione e ha lavorato per due anni come funzionario al Ministero delle finanze. Ha seguito corsi post-laurea alla London School of Economics e all’Università di Edimburgo. È specializzata in giornalismo alla LUISS. Dal 1989 lavora al quotidiano «Il Messaggero», dove si è occupata di cronaca e di economia, ed è stata capo del servizio cronache nazionali. Ora è il numero due dell'ufficio del caporedattore centrale, la stanza dei bottoni del giornale. 
www.angelapadrone.blogspot.com


Massimo Fini
Ragazzo
Storia di una vecchiaia
i nodi, pp. 112, € 13,00
L’estremo paradosso dei vecchi è che
desiderano morire ma vogliono vivere



Una spietata analisi, senza infringimenti, senza autoillusioni, senza autoinganni sulla vecchiaia, al di là delle ipocrisie e della retorica con cui oggi cerchiamo di abbellire e edulcorare quella che chiamiamo eufemisticamente «la terza età» rendendola così, se possibile, ancor più crudele e beffarda. E, insieme, in un gioco di rimbalzi e di controspecchi, un appassionato inno alla giovinezza, «quella irripetibile età in cui ci chiamavano ragazzi».
Animato da ricordi e esperienze personali, nelle quali il lettore non farà fatica a riconoscersi perché Fini riesce a dare ai fatti che rievoca, ora con tenerezza, ora con ironia, ora con sarcasmo, a volte con lucida ferocia, significati e valenze universali, Ragazzo è anche una sorta di singolare autobiografia giocata solo sul filo del rapporto giovinezza/vecchiaia, sul cui sfondo domina, enigmatico e incontrastabile, il vero protagonista del libro: il Tempo.
100 pagine fulminanti sull’orrore di diventare vecchi.Uno sguardo impietoso su se stesso e sulla sua generazione


MASSIMO FINI, scrittore e giornalista, vive a Milano. È autore de Il conformista (1990) e di due fortunate biografie storiche: Nerone. Duemila anni di calunnie (1993), Catilina. Ritratto di un uomo in rivolta (1996). Con Marsilio ha pubblicato Di[zion]ario erotico. Manuale contro la donna a favore della femmina (20022), Nietzsche. L’apolide dell’esistenza (20034), la trilogia di saggi storico-filosofici La Ragione aveva Torto? (1985, 20055), Elogio della guerra (1989, 20034), Il denaro «sterco del demonio» (1998, 20034), riproposti in edizione tascabile, Il vizio oscuro dell’Occidente. Manifesto dell’Antimodernità (2002 e 20045) e Sudditi. Manifesto contro la Democrazia (20043). Nel 2006 ha pubblicato Il ribelle. Dalla A alla Z. Inoltre Fini è stato a teatro, Cyrano. Contro tutti i luoghi comuni come attore e autore in collaborazione con Eduardo Fiorillo e Francesca Roveda.



Claudio Vicentini
L’arte di guardare gli attori
Manuale pratico per lo spettatore di teatro, cinema, televisione
i nodi, pp. 256 ca., € 19,00 ca.

Il primo manuale di recitazione scritto per gli spettatori.
Regole trucchi criteri per riconoscere gli stili degli attori
e scoprire le tecniche che usano sul palcoscenico e sul set
Le tecniche di base, l’impiego degli oggetti, le azioni sottolineate, i cliché, gli effetti dell’immedesimazione e dell’imitazione, come si riconosce l’eco emotiva, perché è difficile entrare in scena, gli attori camaleonte, l’uso del trucco, le sensazioni fisiche, caratteristi e macchiette, personaggi comici e figure dell’orrore, come piangere impallidire e arrossire senza essere per nulla emozionati, a cosa servono le risate registrate, il meccanismo dei tempi, giochi e trucchi della telecamera e della macchina da presa, effetti del doppiaggio, l’effetto di ridondanza, l’invenzione della recitazione passiva, il meccanismo finale dell’arte dell’attore.
Il libro ci illustra la grande arte di celebri attori come Marlon Brando, Eduardo e Peppino, Totò, Gassman, Sordi, Fabrizi, Chaplin, Stan Laurel e Oliver Hardy, Buster Keaton, James Dean, Anna Magnani, Mastroianni, Troisi, Benigni, Verdone, Greta Garbo, Marlene Dietrich, Groucho Marx e Sofia Loren, Claudia Cardinale, Paolo Villaggio, Beppe Grillo, Sabina e Corrado Guzzanti, Marylin Monroe, Grace Kelly e Liv Ullmann, Bette Davis, Dario Ballantini, Marco Paolini, Luca Zingaretti, le Veline, Paolo Rossi, Laurence Olivier, John Wayne, Humphrey Bogart, Katharine Hepburn, Paul Newman, Anthony Hopkins, Dustin Hoffman, Glen Close e Maryl Streep, Al Pacino, De Niro, Clint Eastwood, Jack Nicholson e molti altri.


CLAUDIO VICENTINI, ordinario di Storia del teatro e dello spettacolo, dirige il Corso di laurea specialistica in Produzione multimediale: arte, teatro, cinema, e Actingarchives, Archivio internazionale dei trattatati di recitazione, all’Università di Napoli “L’Orientale”. Per parecchi anni advisory editor di “New Theatre Quarterly” ha insegnato Teorie e tecniche della recitazione nella University of California, a Los Angeles e a San Diego e ha poi diretto la Scuola di recitazione dell’Accademia di Arte Drammatica a Napoli. E’ autore dell’Estetica di Pirandello (Milano 1970), Studio su Dilthey (Milano 1974), The American Political Theatre of the Sixties (Ann Arbor 1976), La teoria del teatro politico (Firenze 1981). Per Marsilio ha pubblicato Pirandello. Il disagio del teatro (1993) e ha curato l’edizione italiana della Storia del teatro di Oscar G. Brockett (20059) e Il sistema di Stanislavskij di Mel Gordon (20075).



Cristina Jandelli
Breve storia del divismo cinematografico
elementi, pp. 208, € 12,00


Dalla nascita dell’attore cinematografico
alla politica delle star del cinema contemporaneo,
il primo testo dedicato alla storia del divismo
Perché un attore diventa un divo? Quali sono i meccanismi di empatia che investono lo spettatore e come si prolungano fuori dallo schermo?
Tra notizie biografiche di grandi star e analisi sui modelli, sulle forme di comunicazione e i processi mediatici, Breve storia del divismo cinematografico ci guida nel mondo complesso dei fenomeni divistici legati al cinema.
Dagli anni in cui Marlene Dietrich o Rodolfo Valentino, Marlon Brando o Marilyn Monroe erano oggetto di venerazione collettiva, fino al cowboy di Hollywood presidente degli Stati Uniti e al terminator governatore della California, il ruolo e la presenza dei divi nella nostra cultura oggi risultano più considerevoli che mai.
«Far passare la propria anima nell’anima dello spettatore
per la lucida via degli occhi, attraverso la glaciale barriera di una
bocca chiusa, è lo sforzo che richiede tutta una vita di attrice»
FRANCESCA BERTINI
«Voglio essere un’artista, non una curiosità erotica.
Non voglio essere venduta al pubblico come un afrodisiaco di celluloide»
MARILYN MONROE
«In quanto settore economico avanzato, che manipola direttamente
una crescente moltitudine di immagini-oggetto,
lo spettacolo è la principale produzione della società attuale»
GUY DEBORD


CRISTINA JANDELLI è ricercatrice presso il Dipartimento di storia delle arti e dello spettacolo dell’Università di Firenze dove insegna Storia e critica del cinema e Storia del cinema italiano. Ha scritto I ruoli nel teatro italiano fra Otto e Novecento (Le Lettere, 2002), La scena pensante. Cesare Zavattini fra teatro e cinema (Bulzoni, 2002) e Le dive italiane del cinema muto (L’Epos, 2006).



Giuliano Minichiello
La vita a termine
Il pensiero del conflitto tra logica e tempo
saggi, pp. 112, € 14,00


«La morte rivela il nulla che era la vita»: così Pirandello. Di contro, lo spirito religioso afferma che è la morte a essere un nulla.
La percezione che quella dell’uomo sia una «vita a termine» appare in genere come una contraddizione da sciogliere, anzi l’ossimoro originario. La religione e il pensiero nichilista sono, su versanti opposti, tentativi di superarla, negando la realtà di uno dei due termini e riconducendo così la contraddizione a semplice opposizione. Ma né la vita né la morte si lasciano facilmente esorcizzare, riaffermando la propria inquietante identità. Ne è prova l’articolarsi dell’esperienza in due regioni complementari: da una parte, la logica, che si fonda sulla negazione della contraddizione e tenta di pensare alla vita come a un cristallo privo di movimento; dall’altra il tempo, che della contraddizione invece si nutre, guardando al movimento come al perpetuo svanire di fantasmi.
La vita a termine è il tentativo di verificare la presenza di uno spazio radicale che apre un varco tra religione e nichilismo, tra logica e tempo, tra eternità e contingenza.


GIULIANO MINICHIELLO è professore ordinario di Pedagogia all’Università di Salerno, ove dirige il Dipartimento di scienze dell’educazione. Tra i suoi saggi ricordiamo Il mondo interpretato (1995), Le parole dell’io. Forme dell’autobiografia da Rousseau a Kafka (1999), Tra Polemos e Telos. Guido Dorso e le categorie del potere (2003), Comunità Persona Comunicazione (2004), Il principio imperfezione (2006).



Massimo Rizzante
L’albero
Saggi sul romanzo
prefazione di Milan Kundera
saggi, pp. 176, € 16,00



Il romanzo in tredici grandi scrittori del Novecento
«La forma di un saggio letterario sulla letteratura è ispirata soltanto dall’opera concreta che è l’oggetto della sua riflessione. E poiché ogni opera letteraria degna di questo nome possiede una sua problematica unica e inimitabile, la forma del saggio non può che essere, anch’essa, unica e inimitabile. La forma, ovvero: il sentiero che conduce all’enigma sempre diverso di ogni opera studiata. E, in effetti, ciascuno dei tredici saggi che compongono il libro di Massimo Rizzante è diverso»
MILAN KUNDERA

MASSIMO RIZZANTE (1963), poeta, saggista e traduttore. Ha fatto parte dal 1992 al 1997 del «Seminario sul romanzo europeo» diretto da Milan Kundera a Parigi. Dal 1993 al 1996 è stato redattore della rivista letteraria «Baldus». Dal 1994 è redattore della rivista «L’Atelier du roman». Ha pubblicato le raccolte di poesie Lettere d’amore e altre rovine (Biblioteca Cominiana 1999) e Nessuno (Piero Manni 2007). Ha tradotto Il sipario di Milan Kundera (Adelphi, 2005). Dal 1995 insegna Letteratura italiana contemporanea e Letterature comparate all’Università di Trento.



Lorenzo Polato
Il sogno di un’ombra
Leopardi e la verità delle illusioni
saggi, pp. 128, € 14,00

Leopardi si chiede quale sia il compito del poeta moderno:
farsi filosofo per testimoniare la nuda verità?
“Sogno di un’ombra è l’uomo”. Il verso dell’ottava Pitica di Pindaro, citato da Leopardi nello Zibaldone è la prova del nulla dell’uomo. Condizione antica e moderna: di sempre. Ma i versi che seguono la famosa sentenza pindarica ci parlano di una luce che, a volte, scende dal cielo e fa dolce la vita. Paradossalmente Leopardi, che tace su questi versi, quando guarda al mondo antico lo vede illuminato da una luce non dissimile: la prossimità degli uomini agli dei, la poesia tutta vestita a festa e condivisa dal popolo, in un tempo in cui la parola del poeta era detentrice della verità, il “falso” era unito al “vero”, il mito alla ragione. Con disincanto – oscurata quella luce nella solitudine tragica che oggi separa irrimediabilmente l’uomo dal cosmo – Leopardi si chiede quale sia il compito del poeta moderno: farsi filosofo per testimoniare la nuda verità? O mettersi in ascolto di una voce che – nonostante tutto – continua a riecheggiare dalla “prima condizione”, riaprendo così alla possibilità dell’illusione e della bellezza, pur nel disinganno? Benché l’ineludibile dominio della ragione gli imponga di seguire la prima via, egli non si preclude la seconda purché il “cuore” sia disposto ad accoglierla. Ma che questa eco lontana possa farsi udire dipende da un inatteso momento di grazia, come per quel raggio che, per Pindaro, rende più dolce la vita. Così Leopardi tiene miracolosamente insieme mito e ragione che l’illuminismo e, in modo rovesciato, il romanticismo, avevano separato.


LORENZO POLATO è docente di Letteratura italiana nella Facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Padova. A Leopardi ha dedicato il volume Lo stile e il labirinto. Leopardi e Galileo e altri saggi (Franco Angeli, 1991). Tra i suoi studi sulla poesia del Novecento: L’aureo anello. Saggi sull’opera poetica di Umberto Saba (Franco Angeli, 1994); Sbarbaro (La Nuova Italia, 1974). Di Sbarbaro ha curato un’edizione commentata della principale opera in versi (Pianissimo, Il Saggiatore, 1983 e Marsilio, 2001). Ha curato, tra l’altro, l’antologia delle riviste Prospettive-Primato (Canova, 1978). 



Alessandro Cinquegrani
Solitudine di Umberto Saba
Da Ernesto al Canzoniere
saggi, pp. 256, € 21,50


L’esperienza esistenziale e letteraria del poeta triestino
«La solitudine è la prima conquista di un uomo». Con questa frase prende avvio il racconto dell’esperienza esistenziale e letteraria di Umberto Saba, il poeta che nel nostro Novecento ha scandagliato più ostinatamente le forre più profonde del proprio animo. Attraverso un confronto serrato con i testi, dal romanzo incompiuto Ernesto al Canzoniere, e un fitto dialogo coi pensatori più autorevoli e controversi della nostra epoca, Weininger, Nietzsche e Freud, Solitudine di Umberto Saba illumina gli angoli più bui e inesplorati della figura e l’opera dello scrittore triestino.


ALESSANDRO CINQUEGRANI collabora con il Dipartimento di italianistica e filologia romanza dell’Università «Ca’ Foscari» di Venezia. Ha pubblicato il volume La partita a scacchi con Dio. Per una metafisica dell’opera di Gesualdo Bufalino (Il Poligrafo, 2002) e studi in rivista o in opere collettive su Sciascia, Bufalino, Consolo, Nietzsche, Slataper, Saba, Poliziano, la narrativa recente, i rapporti tra mito classico e letteratura italiana. Fa parte del comitato di redazione della rivista «Ermeneutica Letteraria».



Henry James
Il giro di vite
a cura di Giovanna Mochi
Letteratura universale, pp. 376, € 18,00

Il racconto forse più famoso di James e certamente il più enigmatico e
ambiguo, uno dei casi letterari più avvincenti della nostra cultura
Tra i racconti più discussi di Henry James, il Giro di vite è la storia spaventosa e appassionante di due bambini e di quello che appare come il loro graduale, inesorabile soccombere alle forze del Male sotto le sembianze spettrali di due defunti servitori - il maggiordomo Peter Quint e l’istitutrice Miss Jessel - intenti a compiere un’opera di corruzione e a riprendersi le loro piccole vittime. A raccontare questa storia è la nuova istitutrice, giovane inesperta ma appassionata e coraggiosa, le cui parole lasciano peraltro il lettore nell’incertezza insostenibile e inestricabile della realtà delle apparizioni, frutto della immaginazione di lei o presenze malvagie di un altro mondo. In questa «ghost-story», terrificante e perfetta nella sua costruzione, si propone lo scandalo inaccettabile dell’infanzia corrotta da forze oscure, o la potenziale perversione dell’immaginazione di una giovane donna incapace di sostenere il confronto tra Bene e Male, tra innocenza e colpa? Ci sono o non ci sono i fantasmi? e se sì, chi li vede davvero e perché?
Più volte tradotto e presentato al lettore, discusso e reinterpretato in introduzioni e saggi di valore, questo racconto tra i più celebrati della letteratura moderna - qui offerto in una nuova traduzione e cura esemplari - continua a sfidare e incantare la nostra lettura, nella sua profonda e irrisolta ambiguità.
«Può essere che abbiamo paura? 
Ma non di un uomo dai capelli rossi 
e dal viso bianco. Abbiamo paura 
di qualcosa senza nome, 
forse di qualcosa dentro di noi. 
E, per farla breve, accendiamo la luce»
VIRGINIA WOOLF


GIOVANNA MOCHI insegna letteratura inglese all’Università di Siena. Si è occupata di drammaturgia shakespeariana, di poesia romantica e del romanzo otto-novecentesco. Per Marsilio dirige la collana di classici inglesi «Elsinore». Su Henry James è ritornata più volte negli anni, con studi di vario genere e traduzioni.



Gigi Copiello
Manifesto per la metropoli Nordest
con segni e disegni di Aldo Cibic
nordesteuropa.it, pp. 96, € 5,00


«Mi venne da dire che ero stato in cima al Summano e avevo visto l’America. L’America avevo visto, altro che Venezia! Avevo visto che era tutto un irradiarsi, un connettersi, un toccarsi, un riempire. Addio paesi, addio campagne. Come a Los Angeles, dissi, tra un po’ di tempo.
Era ancora presto. Probabilmente. Ma ormai era fatta: ancora fabbriche, ancora case, ancora negozi, ancora strade, ancora lavoro, ancora “schei”.
Chiese, no. Basta».
Il Nordest è proteso verso questo modo di vivere.
Buttato giù da un mondo che non c’è più, da un piccolo mondo antico consegnato a oblio e musei, scivola, corre verso la “città infinita”. Eppure il Nordest è ancora in tempo a fermare la corsa, ad arrestare lo scivolamento. Il policentrismo è la bestia nera della grande livellatrice. Ha impedito la metropoli. Ha impedito ogni forma metropolitana qui a Nordest.
Può essere, nel suo velleitarismo, seppellito nella “città infinita”. Ma lo può mettere in crisi e disegnare un altro vivere.


CIGI COPIELLO, nato nel 1950 a Velo d’Astico, in provincia di Vicenza. Non ha ancora finito di studiare filosofia a Padova e di fare il sindacalista nella CISL.


ALDO CIBIC, nato a Schio nel 1956. Si trasferisce a Milano nel 1980, diventa socio di Sottsass ed è tra i fondatori di Memphis. Dal 1989 apre Cibic&Partners, proponendo “l’estetica delle relazioni” in architettura e urbanistica.



Rosalba “prima pittrice de l’Europa”
a cura di Giuseppe Pavanello
cataloghi, pp. 192 con 113 ill. a col. e b/n, € 35,00
Venezia, Palazzo Cini a San Vio
1 settembre – 28 ottobre 2007




Rosalba Carriera (1673-1757) fu l’artista italiana più famosa del suo tempo. Sulla sua eccellenza nei ritratti si trovarono d'accordo tutti, dai Lord inglesi ai principi dell’Impero. Le corti d'Europa per quasi mezzo secolo cercarono di accaparrarsi i suoi servigi. Eppure, nonostante i frequenti inviti e le generose proposte, salvo tre brevi soggiorni a Parigi, a Modena e a Vienna, ella preferì rimanere a Venezia, dove lavorò incessantemente per tutta la vita. Proprio il legame dell’artista con la Serenissima è uno dei temi al centro della mostra; fu di Rosalba, infatti, il più acuto ritratto dei personaggi della società veneziana del Settecento.
Fondamentale fu il suo apporto alla stessa ritrattistica francese: interpretò in modo impareggiabile gli ideali di grazia e di eleganza di un’epoca, quella “vita felice” entrata nell’immaginario collettivo che l’ha identificata nell’ancien régime. La sua eccellenza nel campo artistico non è però l’unica ragione che spinge oggi a tributare all’artista il dovuto omaggio. La pittrice fu al centro di una rete di relazioni europee: sovrani, esponenti dell'alta aristocrazia, conoscitori, amateurs. Non ci fu straniero di rango, inglese, francese o dei paesi tedeschi che, di passaggio a Venezia, non abbia ambito farsi ritrarre da Rosalba o non abbia acquistato qualche sua miniatura. Proprio nel campo della miniatura la mostra presenta per la prima volta al pubblico una straordinaria selezione di immagini di grande qualità, tra i quali il morceau de réception inviato dall’Accademia di San Luca a Roma.
Tuttavia il nome della pittrice è oggi legato ai suoi pastelli. Ed è proprio attraverso di essi che Rosalba ci conduce alla soglia dell'interiorità. Alcuni dei suoi ritratti emblematici sono presenti nella mostra. Volti che non si dimenticano facilmente come quello del Prelato di casa Le Blond (Venezia, Gallerie dell’Accademia), perfuso di una pensosità intelligente, le labbra appena tirate in una piega d’amarezza, un ritratto che è anche un capolavoro di sobrietà cromatica, grigio su grigio; né si può dimenticare il brillio di sfida e la promessa di languore voluttuoso mescolati nello sguardo di alcune spregiudicate e fascinose figure femminili. Ma Rosalba ha ritratto anche se stessa e lo ha fatto più volte nell’arco della sua attività, come mai nessun altro pittore veneziano. La serie degli autoritratti forma una sequenza impressionante, che esemplifica nel modo più diretto l’evoluzione verso una ritrattistica sempre più introspettiva, sempre più concentrata sul volto, fin quasi a isolarlo. Nel primo di essi, databile intorno al 1708-1709 (cortesemente prestato dalla Galleria degli Uffizi), si presenta sorridente, una rosa fra i capelli, mentre mostra il ritratto dell'amata sorella Giovanna, ch’ella stessa ha appena dipinto.



Verità e bellezza. Realismo russo
Dipinti dal Museo Nazionale Lettone di Riga
a cura di Laura Gavioli
cataloghi, pp. 224 ca. con 190 ill. a col. e b/n, € 45,00 ca.
Potenza, Galleria Civica di Palazzo Loffredo
21 settembre 2007 – 12 gennaio 2008



Per la prima volta la «collezione segreta» del Museo Nazionale di Riga, in Lettonia, viene proposta al pubblico. Si tratta di ottanta dipinti dalla seconda metà del 1800 fino al 1950 circa, opera di artisti russi di grande fama e talento, quali Ilja Repin e Isaak Levitan, Boris Kustodijev e Alexander Deineka, Maljavin e Kuzma Petrov-Vodkin, capaci di accompagnare il visitatore dentro la componente più profonda della vita in Russia, con paesaggi e scene di campagna, con ritratti di grande forza e nature morte, ma anche con quel richiamo all’intimismo che si può cogliere nei paesaggi notturni oppure “all’interno dello studio” di Maria Shanks, o nello straordinario Pittore di icone di Lebedev, del 1906.
Gli elementi del primitivismo, del misticismo, l’amore per l’arte popolare che sono stati indicati come fattori fondanti della ricerca di Chagall, di Kandinskij, della Goncarova, sono persistenti e forti anche nelle opere degli artisti selezionati per la mostra.
Momenti della vita e della storia del popolo russo si trovano rappresentati nella pittura al tempo di Alessandro II (1855-1881), lo zar che tentò di colmare le condizioni di miseria e arretratezza delle campagne con l’industrializzazione forzata e l’urbanizzazione di immense aree dell’impero, favorendo la nascita di ideologie estreme come il populismo e il nichilismo. In pittura nacquero i peredvizniki (membri della Società per le esposizioni itineranti, chiamati anche “erranti” o “ambulanti”). Il loro tentativo di “portare l’arte al popolo” era condotto con una pittura che dapprima osservava la realtà circostante, poi con una pittura a tesi dove si eseguivano dei brani narrativi della vita del tempo condotti con estremo e meticoloso eccesso di particolari, un realismo capace di rendere la scena estremamente comprensibile.
Questa tendenza, nel favorire l’emancipazione di larghi strati della società, portò da un lato allo sviluppo di moralismi e ideologie e, sul piano della pittura, oltre alla rappresentazione della natura, a vedere in essa forme di interiorizzazione e di ricerca della spiritualità, capaci di suscitare nuovi sentimenti, di ascoltare nuovi richiami, così come in Occidente, verso la fine dell’Ottocento e con il nuovo secolo, erano in atto nuove ricerche, come quelle dei preraffaeliti, dei simbolisti, dei nazareni.
Verità e bellezza, che concentra la parte più rilevante delle sue opere nei decenni cruciali intorno al 1900, pone le basi per una riflessione a occhi bene aperti, seguendo parallelamente lo sviluppo degli avvenimenti storici che in Russia hanno avuto spesso un peso schiacciante sulla creatività, peso che non è riuscito sempre a fiaccare, ma ha anzi più spesso rafforzato, la grande anima dei pittori, dei poeti e dei musicisti russi.



Iran
gente strade paesaggi
fotografie di Abbas Kiarostami, Riccardo Zipoli
e cinquantasei autori persiani contemporanei
cataloghi, pp. 176 con 122 ill. a col. e b/n, € 20,00
Mestre, Centro Culturale Candiani
28 agosto – 14 ottobre 2007


Ha detto una volta, con ironia: «Per non dovermi inventare sempre qualcosa da raccontare amo la fotografia». E le immagini in silenzio mostrate da Abbas Kiarostami, infatti, non hanno bisogno di essere raccontate, illuminano, per così dire, di “pregnanza propria”. Se, come egli stesso ha confessato, il suo cinema è «una finzione nella verità», ecco: lo scenario, il paesaggio, i volti, i minimi gesti quotidiani sono la verità. Ne sono almeno ciò che appare, la sua sensibile manifestazione. Raramente è rappresentata con altrettanta forza e serenità e acuta penetrazione, come nell’impressionante resa visiva dell’opera di Kiarostami, quell’unità cosmica che specialmente secondo il canone corrente del pensiero orientale comprende in armonia perfetta tutti gli esseri. Ciò che colpisce maggiormente in effetti, è la sublime compostezza dell’immagine, in cui ogni particolare è tessera ineliminabile di un grande mosaico e “vale” esattamente come l’universo intero.
Regista importante ma anche poeta e pittore, Abbas Kiarostami è oramai noto e giustamente celebrato come fotografo. C’è evidentemente del talento singolare nell’occhio di taluni. Viene da pensare, per restare in Italia, a Michelangelo Antonioni, pure lui autore eccezionale di scatti fotografici. Mentre le immagini fissate da Antonioni colgono realtà figurativamente “metafisiche” e, mediante il gioco delle prospettive e del chiaroscuro e la scelta dei colori, risultano taglienti come coltelli affilati e riproducono, nell’apparente immobilità, atmosfere inquiete, quelle di Kiarostami placano ogni motivo d’ansia, risolvono il dramma dell’esistenza in una intima accettazione che dà senso e quindi appaga e consola. Il fiume della vita, con i suoi dolori e le sue difficoltà, che tutto travolge e che sfocia inevitabilmente nella morte ha pure momenti in cui rallenta la corsa tumultuosa e dalle sue rive è allora possibile lanciare uno sguardo all’orizzonte lontano, sollevandolo dagli affari dell’attimo che incalza e non concede tregua. Le fotografie di Kiarostami paiono prese da una di queste rive.
Assieme a lui, nella mostra espone i propri lavori, a colori, sui temi delle strade e dei paesaggi d’Iran, Riccardo Zipoli, valente persianista di Ca’ Foscari ed eccellente fotografo, oltre che curatore e principale animatore dell’iniziativa. E sono presenti con le proprie opere decine di altri autori persiani contemporanei selezionati per l’occasione a Tehran con ingegnoso e democraticissimo impiego delle nuove tecnologie internet. È la viva dimostrazione del fervore culturale e artistico che quel paese, di antichissima civiltà, oggi conosce. Un fervore che muove intelligenze, che vuole confrontarsi, che propone elaborazioni originali, che si apre e chiama al dialogo servendosi di un linguaggio di immediata e larga comprensione, come appunto quello dell’arte.
MASSIMO CACCIARI


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