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anno VI - dicembre 2003 - numero 12


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Nelu Pascu, artista romeno che all’Italia deve la notorietà, Venezia e Padova comprese


In questa vicenda è proprio il caso di dire che l’Italia, a qualche cittadino straniero, ha portato davvero fortuna!
E’ la volta di Nelu Pascu, artista romeno, 41 anni, in Italia dal ’96. Più di 1000 dei suoi quadri si trovano sparsi in 11 Paesi, proprietà di chi li ha conosciuti tramite lui o alcune gallerie d’arte italiane. Oltre che in Romania e in Italia, le sue opere si trovano negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Francia, in Svizzera, in Svezia, in Germania. Espone a Venezia, Padova e Bologna. Lo abbiamo incontrato nel suo studio, al 115 di via Savonarola a Padova, e gli abbiamo chiesto di illustrare la sua storia.

“Innanzitutto – esordisce – la mia gratitudine va a questa città, che non solo mi ha dato notorietà, ma non mi ha mai fatto sentire straniero. I miei genitori erano persone semplici – racconta l'artista – posso dire di aver avuto un’infanzia felice anche perché sono sempre vissuto a contato con la natura. Ho frequentato il liceo industriale in Romania e dopo i due anni di servizio militare in marina, a 25 anni, ho iniziato a lavorare in una ditta metallurgica di 35.000 operai. Ho messo su famiglia e ho voluto costruirmi da solo la casa, decidendo anche di dipingere i quadri che l’avrebbero arredata. Un mio amico, professore d’arte, mi ha dato le prime nozioni… e lì è incominciata la mia avventura”.

E’ vero, quella di Nelu, è proprio un’ avventura nel mondo dei colori, delle suggestioni dell’animo, delle sensazioni più profonde che lui riesce a trasferire sulla tela in modo inedito e di straordinario effetto. Una volta scoperta la sua “vocazione”, Pascu si butterà nella pittura con anima e corpo, affidandosi all’aiuto artistico di un famoso artista romeno, David Sava, che aveva capito il suo talento ed era disposto a seguirlo nella ricerca. Ad ogni modo Nelu si definisce un autodidatta, perchè si è sempre rifiutato di iscriversi all’Accademia o a qualche scuola d’arte.

“Più del talento – prosegue il romeno Pascu - il maestro aveva capito la mia passione, la volontà di esprimermi sulla tela, di voler dar corpo, con i colori, alle emozioni, ai sogni che avevo dentro, sentimenti che, secondo me, erano ancora più forti della mie capacità. La mia più grande sorpresa è stato il senso del colore. Sin dall’inizio esso si plasmava sulla tela con grande facilità. Sono convinto che la bellezza del colore, e la sua forza, nessun libro o professore li possano insegnare. Il colore uno lo deve sentire, per poter andare oltre, per essere in grado di dare emozione; e questo senso è qualcosa di innato”. 

Dopo una seconda personale in Romania, che gli diede un buon successo di critica e di pubblico, decise di partire alla volta dell’Italia, terra di artisti, come lui ne aveva sentito parlare, e miniera di opere d’arte. Trovò ospitalità in un convento gesuita di Padova, e un padre, dopo 6 mesi, gli organizzò una mostra all’Antonianum. Da lì, pian piano, è incominciata la sua fortuna. “Mi ricordo che mi avevano assegnato uno spazio grandissimo, ed io avevo solo 3 quadri e 10 giorni di tempo. In 10 giorni feci 13 quadri, lavorando dalle quattro del mattino sino alle sette, ora in cui mi recavo al lavoro, e alla sera quando tornavo, sino a mezzanotte. Alla fine sono addirittura svenuto per la fatica, ma ce l’ho fatta. Per me, dipingere – ci racconta Pascu - è sempre stata una “follia”, come mi prendesse un demone. Nell’arte, sono convinto, ci sono cose che non dipendono dall’artista, ma arrivano da chissà dove. Si lavora sì usando la propria piccola o grande esperienza e cultura in materia, ma delle volte ci si sveglia il mattino dopo senza sapere come si sia potuto fare quel quadro. Alla fine scopri che, quella cosa che sembra così grande a dirsi, il talento, è innata, ed è una sorpresa, innanzitutto per se stessi.” 

Da come ne parla sembra che per lei dipingere sia un fatto 'liberatorio'
“All’inizio era così, era una passione che voleva essere espressa, e non potevo fare altrimenti. Poi, a mano a mano che son riuscito ad ottenere certi risultati, dovuti sicuramente anche all’esperienza e al livello artistico, ho capito che non era più solo una questione di amore, ma era diventata anche una questione di responsabilità. Mi spiego: quando uno dipinge un quadro che sente, e a livello di critica viene capito ed apprezzato molto, un quadro che, anche per chi dipinge da 14 anni come me, riesce dopo 10-20 che lo hanno preceduto, uno sente la necessità di mantenersi, come minimo, a quel livello. E una responsabilità che si prende con sé stessi”.

Sostiene che il periodo di maggior tormento e inquietudine, è per lei, il periodo di maggior creatività
“Sono del parere che la sofferenza sia il sentimento più vissuto dell’uomo. La gioia può sembrare molto superficiale, nel senso che arriva e passa con velocità incredibile. Magari questo succede solo a me, ma ho notato che quello che dipingo nei periodi difficili della mia vita, è ciò che piace di più. Tento di decodificare ciò che sento e di imprimerlo nella tela. Il quadro bisogna prima sentirlo e poi spiegarlo, dargli un significato. Se ciò non avviene, secondo il mio punto di vista, significa che l’artista non è riuscito ad andare oltre. Sia che si tratti di un paesaggio, di un ritratto, di una natura morta, il soggetto del quadro deve essere un pretesto per trasportarti altrove, nel proprio mondo, nel mondo dell’uomo, nella bellezza dell’uomo.”

I suoi quadri, infatti, colpiscono per i colori molto vivi, forti, accesi, che danno un’idea di solarità, quasi a voler ribaltare le cose, anche le più cupe, e a testimoniare che i colori fanno parte della vita.
“L’Arte – insiste Nelu- riesce ad andare oltre le parole e a scavare dentro di noi. Per me l’estetica è “offrire”, dare alla gente, è una questione di generosità. Lavorando a spatola, io sento che il quadro ha più forza, acquista espressività, diventa molto più potente… in poche parole: è capace di “darti”.

Ci può spiegare il suo metodo di lavoro?
“Dipingere con il cuore va bene – precisa Pascu - ma bisogna usare anche la testa. La storia dell’arte ci insegna che esistono anche la prospettiva, la dimensione, il gusto estetico… Adesso, dire se il livello di cultura di un artista sia più o meno importante, non saprei, perché la storia dell’arte dimostra che ci sono dei geni che, anche senza possedere una grande cultura, sono rimasti famosi sino ai tempi nostri per aver fatto delle opere d’arte. Lì si tratta comunque di talenti autentici; io cerco solo di essere un artista molto preparato in quello che faccio. A livello cromatico riconosco di usare il 20% di teoria e l’80% di istintualità, perché so che, nella pittura come nella musica, i fattori sono talmente complessi, che la ragione non riuscirà mai a capirli. Allora dobbiamo lasciare libero il gusto estetico di risolvere le emozioni nei colori. Un colore bisogna innanzitutto “sentirlo”: quel giallo che tu ti appresti a fare non è un giallo qualunque, è un colore già mescolato dentro di te. L’hai visto da qualche parte, ti è rimasto impresso nella memoria: è un giallo cromo, con un po’ di citron dentro e una punta di rosso...

Comunque, -conclude l’artista- ho sempre presente le parole che il maestro mi ha detto la prima volta: "Mai cercare i segreti della pittura nella pittura. Cercali altrove, allarga gli orizzonti, fatti una cultura, cerca di capire come gira il mondo. E’ da lì che prenderai tutta l’energia e un giorno ti accorgerai di aver fatto un quadro, e non saprai neanche tu come!"

 

 


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