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Vip del passato
Antenata famosa (ma forse scomoda) di una famiglia nobile veneziana
Uno tra i più antichi cognomi veneziani è quello della famiglia Baffo, le cui origini sembrano risalire al toponimo Paphos, città dell'isola di Cipro. I più maliziosi certamente avranno associato questo cognome con quel
Giorgio Baffo, poeta licenzioso, famoso per aver scritto sonetti di argomento erotico, cui è dedicata l'epigrafe che si legge in
Campo san Maurizio a Venezia
(vedi foto a fianco).
Ma la nobile casata Baffo può forse vantare, tra i suoi antenati, anche una poco conosciuta rimatrice,
Francesca, detta madonna Franceschina o Checca. Purtroppo scarse sono le notizie biografiche su questa poetessa, certo di modesta levatura, che visse in uno dei periodi più fulgidi della storia culturale veneziana, cioè in pieno XVI secolo.
A dire il vero, non è certo che fosse figlia del senatore Girolamo Baffo, e ancora si discute sulla sua reale posizione sociale: nobile o cortigiana? La maggior parte degli studiosi, di ieri e di oggi, propende per la seconda ipotesi, sostenuti dall’assenza di notizie di una Francesca rimatrice nella genealogia dei Baffo, ma soprattutto dalla registrazione di “Baffe do sorelle a S. Simion” nel
Catalogo de tutte le principali et più onorate cortigiane di Venetia (compilato intorno al 1565 e contenuto in
“Leggi e Memorie venete sulla prostituzione”, Venezia 1870-72). Pare, inoltre, fosse una abitudine di alcune cortigiane del ’500 ostentare una parentela con illustri famiglie, di cui, casualmente, portavano il cognome. Certo è che il numero di quanti frequentarono madonna Checca Baffa (come, familiarmente, la chiamò Pietro Aretino) è sospettosamente alto. Amici o amanti? Gli uni e gli altri.
Molti furono i letterati che le professarono amore, che persero notti insonni vagheggiando la sua bellezza, che si dichiararono suoi schiavi e servitori. Tra i suoi amanti spiccano il poligrafo bassanese
Giuseppe Betussi, il compositore piacentino Girolamo Parabosco
e il capitano modenese Camillo di Caula, che fu al seguito del conte Guido Rangone (il quale fu anche ambasciatore francese a Venezia).
Il suo salotto era dunque uno tra i più frequentati e apprezzati nella società mondana e liberale della Venezia di metà ’500 e la sua attività poetica poteva nascondere ben altri servizi di dubbia moralità:
per qualche critico, Francesca si limitava ad atteggiarsi a poetessa, e non è mancato chi ha messo in dubbio la reale paternità delle sue rime (forse aiutata da qualche amico?).
Ma la dissolutezza di costumi e atteggiamenti non costituiva, per lo meno fino alla purificazione morale e spirituale di istanza controriformistica, né un gossip scandalistico né tanto meno un limite alla rispettabilità da parte della comunità letteraria (quanti artisti furono preti, ad esempio, e quanti preti ebbero mogli ed amanti).
Il nome di Francesca Baffo si diffondeva tra calli e campi anche per un certo prestigio intellettuale che raggiunse il suo apice tra il 1543 e il 1552: alcune testimonianze del secolo successivo ricordano la sua “gran fama di dottrina e scienza” e il folto numero di persone illustri che si recavano a Venezia per conoscere Francesca.
Per quanto modesta, questa rimatrice frequentò il circolo letterario che si riuniva intorno a
Pietro Aretino, il divino amico dei massimi letterati e politici del tempo. Ci fu anche chi le rivolse dichiarazioni non amorose ma dettate da ammirazione “professionale”: il fiorentino
Antonfrancesco Doni dichiarò di essere rimasto “abbagliato con la fama, con gli scritti e con l’opere”, il veneziano
Giovanni Brevio ne elogiò l’“infinita humanità et cortesia”, il piacentino
Lodovico Domenichi le dedicò due sonetti (e in uno di questi “Vinegia” è allietata dalla presenza di Francesca, “gentil spirto e sereno”), mentre l’indiscusso amante Betussi introdusse la Baffo come interlocutrice competente e cortese nelle sue due opere più famose, il
“Dialogo amoroso” e il “Raverta”.
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