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Esperienze
nei Balcani
I
media del
Veneto impegnati in una co-produzione in Macedonia, Bosnia e Albania
Giulia, 30 anni, giornalista al suo quarto viaggio in Macedonia. Lavora per una televisione privata veneta molto radicata nel territorio.
D. Cosa porta con sé dopo questa esperienza del Progetto “Balkans on Air?”
R. Un patrimonio di conoscenza dei mass media televisivi dall’altra parte dell’adriatico. Il loro modo di lavorare, la gestione del quotidiano, le difficoltà del giornalista sono tutti argomenti che mi legano fortemente con i colleghi di Bosnia-Erzegovina, Albania e Macedonia i partner di Progetto.
D. Come nasce questa iniziativa? E chi l’ha finanziata?
La collaborazione con emittenti di questi tre Paesi sono iniziate da diversi anni. L’idea è partita dall’ufficio “Veneto in Europa” della Direzione di Bruxelles della Regione Veneto che ha ritenuto il settore dei media quale componente importante nella collaborazione con i Paesi candidati all’ingresso nell’Unione europea. Il Progetto specifico “Balkans on Air” è il seguito di un altro Progetto svolto con la stessa partnership con la particolarità che è stato presentato dalla televisione di Stato macedone, la Makedonska Radio Televisjia, alla Commissione europea in qualità di Leader di Progetto.
D. Vedi in questi Paesi il retaggio di un passato “pesante” che ha influito anche sulla libertà di stampa? E se si in che termini, organizzazione, attrezzature, approccio al lavoro,…
E’ una domanda molto interessante e particolarmente attuale.
Il fantasma di un passato storico, politico e sociale “diverso” dal nostro si sente, anche se con importanti (e interessanti) differenze da paese a paese, al limite della contraddizione.
In Macedonia, per esempio, l’inquietante edificio socialista di 23 piani che racchiude la Televisione Nazionale con cui collaboro da 3 anni, la dice lunga su quale poteva essere stata, in passato, l’impostazione del circuito informativo. Lo stesso modo di fare televisione è ancora molto rigido, impostato su canoni classici e ritmi molto lenti. Però, al di là di questi aspetti formali, non mi sembra che i colleghi giornalisti siano più o meno liberi di noi italiani.
In Bosnia –Erzegovina invece ho trovato strutture assolutamente competitive, moderne, gruppi di lavoro molto giovani e dinamici, programmi televisivi interessanti. Insomma un modo di fare televisione e giornalismo assolutamente europeo. Eppure per una troupe televisiva di Banja Luka (Repubblica Serba di Bosnia), poter girare un servizio televisivo a Sarajevo (Bosnia) è ancora rischioso. A noi, per esempio, nel corso di un servizio di approfondimento sul problema abitativo dei profughi, alcuni cittadini della Bosnia meridionale hanno lanciato dietro dei sassi. Inoltre, a differenza della tv Macedone dove, a quanto ne so, nessun giornalista ha mai subito minacce, nella televisione bosniaca in cui ho lavorato io – ATv - la redazione piange ancora una collega morta ammazzata dal vecchio regime di Milosevic.
Difficile dire quindi, alla fine, quale dei due sistemi televisivi sia più libero. La pressione sociale, quella che viene dal basso, dalla gente, in questi posti è ancora piuttosto alta, molto più degli interventi dalle alte sfere politiche.
Per la cronaca credo sia giusto informare chi ci legge di un dato piuttosto significativo: nell’ultimo rapporto di “Reports without Borders” Bosnia Erzegovina, Italia e Macedonia sono in fila e rispettivamente al 34°, 35° e 36° posto del ranking mondiale sulla libertà di stampa!
Come a dire.. siamo tutti sulla stessa barca….
D. Ci può riassumere brevemente le attività fatte?
La premessa fondamentale è che partecipare ad progetto Europeo significa innanzi tutto pianificare nel minimo dettaglio e con la massima precisione ogni cosa. Quindi non starò qui ad elencare la quantità di attività logistiche, organizzative e amministrative che bisogna affrontare oltre al lavoro ordinario. A chi ci legge però è giusto far sapere che il nostro lavoro è stato anche questo.
Nel concreto poi, tra le 6 televisioni consorziate del progetto, è stata co-prodotta, una serie di 4 puntate (durata: 25 minuti ciascuna circa) di quello che con buona approssimazione potremmo chiamare un “telegiornale dei Balcani”.
In ogni episodio abbiamo sapientemente mescolato 6 o 7 servizi televisivi dedicati a 4 tematiche trasversali nei paesi dell’Ex Yugoslavia sulla base di argomenti coerenti con il concetto di “tv di servizio”: disoccupazione, integrazione religiosa, situazione giovanile e discriminazione sociale. Tutti i servizi sono stati girati in Macedonia, Albania
e Bosnia da troupe miste internazionali, composte da giornalisti italiani e operatori stranieri o viceversa.
Alla fine in totale sono stati girati più di 20 servizi che vanno dalla curiosa storia dell’unico studente albanese ad Harvard, alle donne vittime di violenza in Bosnia, dai progetti per i bambini nomadi della Macedonia, alle moschee distrutte dell’Erzegovina e molto altro ancora.
E’ stata particolarmente interessante poi anche la modalità di messa in onda: in Veneto tutte le Tv Partner, tra cui appunto anche quella del Vescovado, hanno messo in onda le 4 puntate del programma nello stesso mese in modo da “illuminare” contemporaneamente lo stesso bacino di utenza più volte la settimane in una sorta di staffetta mediatica tra tv locali.
D. Credo che tra gli obiettivi della collaborazione ci sia quello di far conoscere meglio questi tre Paesi ai cittadini veneti. A riguardo avete scelto alcune tematiche sociali particolarmente delicate presenti in modo più o meno marcato in tutti questi Paesi. Cosa pensi rimanga dopo la visione del video
prodotto?
Spero rimanga la curiosità nei confronti di questi Paesi.
Di Macedonia, Bosnia e Albania – nonostante la vicinanza - si sa poco e in maniera confusa.
Incuriosire il pubblico e stimolarlo ad andare oltre i pregiudizi che serpeggiano riguardo i nostri “vicini di casa” sarebbe già un traguardo più che apprezzabile per questo Progetto e per la mia Televisione.
Noi ci abbiamo messo tutta la nostra passione per fornire un quadro veritiero e allo stesso tempo interessante di quanto sta accadendo di là dall’Adriatico e credo che questo impegno traspaia dai testi e dalle immagini dei nostri servizi.
La qualità televisiva infatti è eccellente.
D. Dopo questa esperienza diretta, quando incontri a Padova un albanese, un macedone o un bosniaco sono cambiate le Tue sensazioni o i Tuoi pensieri?
Toccare con mano il contesto in cui si sta generando la più grande ondata di immigrazione verso l’Italia che il nostro paese abbia mai conosciuto è fondamentale per chi, come me, deve poi
lortare a lettori e telespettatori le conseguenze in terra veneta di questo fenomeno.
Mi sono buttata in questa avventura principalmente per contribuire ad abbattere i pregiudizi nei confronti dei cittadini dei paesi extraeuropei, ma per farlo in modo serio e professionale non volevo ricorrere ai soliti luoghi comuni del buonismo a tutti i costi.
Così ho scelto di andare di persona al di là dell’Adriatico.
E direi che ho fatto bene perché ho conosciuto un modo, una società, basata ancora su valori solidi, sull’accoglienza, sulla serietà e sull’educazione. Insomma, tutte belle persone, oltre che ottimi professionisti.
Non ho mai analizzato i miei sentimenti nei confronti di albanesi, macedoni e bosniaci “prima” della mia conoscenza diretta con i Balcani, ma di certo ora li sento più vicini.
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