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Emigrazione in libri

(settembre 2002)

Quando "il cuore non può dimenticare"

Ariovaldo Cavarzan ha dedicato un libro alla storia della sua famiglia immigrata dal Veneto in Brasile nel 1888, indagando anche sul fenomeno che portò in Sud America milioni di nostri connazionali

Qualche mese fa è arrivato nella nostra redazione un volumetto scritto da Ariovaldo Cavarzan, funzionario bancario, ma anche scrittore e ricercatore dell’emigrazione italiana, che vive a Itapira, nello stato brasiliano di San Paulo.

"Esistono progetti di vita che fanno prendere delle decisioni inaspettate e che portano a risultati sorprendenti", si legge nella presentazione del libro, e Ariovaldo deciso a scoprire la vera storia della famiglia Cavarzan per trasmetterla ai propri discendenti, ha conosciuto, nel suo lavoro di ricerca, le vicende umane di tantissimi immigrati italiani in Brasile, ricavandone delle lezioni di vita.

Analizzando le ragioni del fenomeno migratorio di massa dei nostri connazionali, Ariovaldo ha ricostruito la saga dei suoi parenti veneti, e come tutti gli storici ha viaggiato tanto per consultare archivi di biblioteche, parrocchie e musei brasiliani, per parlare con i parenti più vecchi e con altri immigrati.

La sua ricerca si è spostata anche in Italia dove è riuscito a recuperare un’ampia mole di informazioni grazie alla quale è riuscito, infine, a scrivere questo libro, fedele alle vicende migratorie e a tratti molto commovente, un capitolo di storia famigliare ma anche della città di Itapira. Luigi e Luigia Cavarzan, originari di Motta di Livenza (Treviso), emigrarono nel 1988 in Brasile. Come tanti italiani, dopo la lunga e difficile traversata dell’Oceano, giunti al porto dovettero recarsi negli uffici del Servizio Immigrazione per firmare un contratto di lavoro con i "fazendeiros", i ricchi proprietari terrieri. La famiglia lavorò per un anno e mezzo ad Amparo, una delle maggiori città produttrici di caffè nello Stato di San Paulo, famosa anche per aver ospitato l’Imperatore brasiliano D. Pedro II durante uno dei suoi viaggi. Vane, però, sono state in questo luogo le ricerche di Ariovaldo, che non ha trovato in alcun archivio documenti o foto che attestassero la presenza non solo dei suoi famigliari ma anche di tanti altri italiani.

"Ciò che resta di quella città – dice nel suo libro – è un paesaggio bucolico, emozionante, pieno di costruzioni vecchie di più di un secolo che rivelano lo stile artigianale inconfondibile dei muratori veneti che passarono di là".

Nel 1989 i Cavarzan si trasferirono a Itapira. I tempi erano ancor difficili, ma per sopravvivere bastava il lavoro agricolo nelle fazende e la loro piccola produzione di vino, tra l’altro molto apprezzato dai concittadini, come ha potuto constatare Ariovaldo in documenti d’epoca. Per aiutare l’economica domestica, i figli di Luigi Cavarzan si specializzarono come muratori e assieme a tanti italiani cominciarono a costruire numerosi edifici, oggi ancora esistenti. Così Itapira, da città prevalentemente agricola, cominciò a cambiare aspetto proprio per mano degli immigrati venuti dall’Italia.

"La storia di una città si fa attraverso i suoi abitanti perché, con il lavoro collettivo una comunità tende a progredire. A Itapira i giovani possono avvalersi e andare fieri dell’esempio dei propri padri", ha detto lo storico Jacomo Mandatto presentando il libro alla stampa.

La partecipazione degli italiani e il loro contributo alla cittadina, infatti, sono innegabili. Oltre ad averla in un certo senso "costruita", i nostri connazionali si sono saputi distinguere in tanti settori come quello medico, gastronomico ma soprattutto artistico, visto che molti di loro sono dei bravissimi musicisti. All’inizio del 1900 gli italiani a Itapira era numerosi e partecipavano in maniera attiva alla vita sociale: nel 1905 costituirono, tra l’altro, la Società Italiana di Mutuo Soccorso e pubblicavano un settimanale in lingua italiana dal titolo "La Patria degl’Italiani".

Nel 1957 a Luigi, primo Cavarzan immigrato a Itapira, venne dedicata una strada per i meriti riconosciutogli come coltivatore di mele e viticoltore e nel 1985 un’altra ne fu intitolata al figlio Antonio per il suo lavoro come costruttore edile. Oggi, la saga dei questa famiglia veneta è tutta nelle pagine del libro di Ariovaldo, un libro scritto prima ancora che con l’inchiostro, con il cuore.

 


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