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Emigrazione in libri

(gennaio 2000)

"Italiano e tedesco come lo parliamo noi. Il repertorio linguistico della seconda generazione di immigrati bellunesi a Zurigo" 

Questo è il titolo della tesi di laurea di Miryam Dal Soler, figlia di emigranti sovramontini, nata e vissuta in Svizzera fino in età adulta, tornata in Italia per frequentare l’Università. Nella ricerca è stato studiato il rapporto che i figli degli emigranti bellunesi, nati in Svizzera, hanno con la lingua dei genitori e quella usata correntemente

"La causa che ha spinto in poco più di un secolo quasi 27 milioni di Italiani ad emigrare può essere riassunta in un solo termine: povertà. L’emigrazione è infatti un indice molto significativo della situazione economica di una regione: quando la gente se ne va, staccandosi dal proprio ambiente e dai propri affetti, per andare incontro a rischi e disagi, dimostra che la sopravvivenza nel proprio Paese è diventata estremamente difficoltosa. Prima di trasformarsi in quest’ultimo periodo in ricevitore di forza-lavoro, il Veneto ha detenuto per decenni il primato emigratorio. Col passare degli anni l’emigrazione ha cambiato connotazioni: sono mutati i tipi di lavoro, sempre meno legati all’agricoltura, sempre più ai settori dell’industria; sono cambiate le destinazioni, meno transoceaniche e interne, più europee; ma il Veneto è rimasto comunque, a lungo, il maggiore serbatoio di manodopera da impiegare nelle miniere, nella costruzione di strade e linee ferroviarie, nell’edilizia.

La Svizzera, già meta della prima ondata di emigrazione che risale al periodo antecedente la prima guerra mondiale, si conferma destinazione predominante dell’emigrazione italiana dal dopoguerra ad oggi, assorbendo complessivamente 2,5 milioni di emigranti italiani corrispondenti al 31% del totale degli espatri nello steso periodo.

L’obiettivo dell’emigrante che partiva nel dopoguerra per cercare fortuna all’estero non era l’ascesa professionale, ma l’accumulazione di un buon risparmio che gli permettesse di rientrare quanto prima nel Paese d’origine e di realizzare i suoi progetti. L’esigenza di qualificazione professionale è emersa solo nei decenni successivi, anche a causa della crescente concorrenza di manodopera proveniente da altri Paesi. L’emigrazione degli anni ’50 è ancora prevalentemente temporanea e caratterizzata, oltre che dalla scarsa se non inesistente qualificazione, anche dall’assenza della famiglia. Con gli anni ’60 e la nuova ondata espansionistica diventano frequenti anche i ricongiungimenti familiari. Ma quale è stato l’impatto con il Paese d’accoglienza? Quali difficoltà hanno incontrato questi emigrati e i loro figli? E qual è l’esito del plurilinguismo e del pluri-culturalismo dei giovani della seconda generazione? Lo scopo della ricerca è di delineare il profilo linguistico dei giovani emigrati di seconda generazione nella Svizzera tedesca, di scoprire quale posizione riveste per loro la lingua e la cultura italiana, quale rapporto esiste con la terra d’origine e, soprattutto, quale grado di mantenimento ha conservato la lingua dei genitori. Le testimonianze di trenta informatori di origine bellunese, nati o comunque cresciuti nella Confederazione Elvetica e residenti a Zurigo costituiscono le basi di quest’indagine e permettono di tracciare le difficoltà e i conflitti che possono nascere da un tale impatto tra lingue e culture diverse.

Dei quattro capitoli in cui si articola questo lavoro il primo introduce lo sfondo storico dell’emigrazione: con l’aiuto di alcuni grafici e qualche tabella vengono riassunte cause ed entità dei flussi emigratori italiani nel mondo e specialmente in Svizzera dalla fine del secolo scorso fino ai nostri giorni. La seconda parte consiste in un quadro della situazione socio-linguistica degli emigrati italiani in Svizzera. Accanto all’illustrazione del pluralismo linguistico nella Confederazione Elvetica (dove convivono ben quattro lingue nazionali: tedesco, francese, italiano e romancio) e del ruolo dello Schwyzertutsch, il dialetto svizzero tedesco, vengono presentate la prima ma soprattutto la seconda generazione e messe in luce eventuali differenze sociali e linguistiche. Il terzo capitolo, quello principale, oltre a spiegare il metodo d’indagine, fornire alcuni dati sul campione e introdurre i tratti linguistici più frequenti dell’italiano parlato all’estero, prende in esame la lingua degli emigrati di seconda generazione analizzando singolarmente ed individualmente ognuna delle interviste. La parte finale, invece, dà una panoramica delle tematiche principali e ricorrenti emerse durante le conversazioni, offrendo un quadro effettivo dell’attuale situazione socio-linguistica della seconda generazione e interpretando il grado di inserimento nella società d’arrivo.

Perché è interessante prendere in esame la seconda generazione? Perché rispetto alla prima, gode di una situazione di partenza migliore. Nati e cresciuti nel Paese di immigrazione, i figli degli emigrati italiani sembrerebbero più facilitati, rispetto ai loro genitori, nel processo di inserimento e di adattamento al nuovo ambiente. Certamente le possibilità di entrare in contatto diretto con la realtà circostante sono maggiori: dall’affidamento alle balie svizzere ai soggiorni nel Krippen o Hort (nidi o asilo diurno) durante le ore lavorative dei genitori, alla frequentazione di asilo e scuola, le possibilità di stabilire dei rapporti con il mondo svizzero sono numerose. Nonostante ciò, questi giovani rappresentano spesso la generazione "di transizione" visto che sono considerati da una parte più integrati nella nuova società rispetto ai genitori, ma non ancora pari ai loro coetanei svizzeri.

Il giovane emigrato entra in contatto con due mondi diversi, a volte persino opposti, il che spesso può generare non poche difficoltà. Se i genitori generalmente tendono a offrirgli la prospettiva del rientro rischiando di provocare in lui un’instabilità che può portarlo persino a non volersi integrare e a non imparare la lingua locale, la popolazione indigena esige un’integrazione se non addirittura un’assimilazione totale alle proprie regole e comportamenti. L’alternativa che si pone è dunque o il rientro in patria o la stabilizzazione in Svizzera, e il ragazzo spesso sente la pressione di dover scegliere tra la volontà di assimilazione alla cultura della società d’arrivo con la possibile conseguenza di un distacco emotivo, culturale e linguistico della famiglia, e un destino di marginalità sociale se invece dovesse privilegiare le radici culturali e linguistiche della famiglia. Per il giovane emigrato non è facile affrontare questo radicale "aut aut", sentirsi al centro di proposte, realtà e atteggiamenti di vita contrastanti che possono suscitare conflitti d’identità, sentimenti di esclusione e di provvisorietà continui.

Anche a livello linguistico l’itinerario anteposto al giovane emigrato non è del tutto semplice. Non c’è dubbio che rispetto ai genitori, la seconda generazione parta avvantaggiata nell’apprendimento della lingua d’arrivo visto che può approfittare anche dell’insegnamento scolastico. I giovani emigrati entrano effettivamente presto in contatto con due lingue, ma l’essere bilingue non sempre è un vantaggio. Il repertorio del figlio di emigrati italiani è generalmente ricco e molto complesso. Senza contare le maggiori lingue nazionali e straniere, il ragazzo ha all’attivo due lingue standard, italiano e tedesco, e due varietà non standard, dialetto italiano e Schwyzertutsch, codici strutturalmente e funzionalmente differenziati. Un plurilinguismo complesso come quello a cui sono esposti i giovani italiani di seconda generazione dovrebbe dunque comportare, secondo l’opinione comune, una ridotta padronanza di tutte le varietà, una specie di semi-linguismo in cui i codici vengono uniti e fusi in un unico sistema. I dati emersi dalle registrazioni effettuate sembrano però smentire questa opinione. Il campione di questa ricerca dimostra che, nonostante l’effettiva complessità linguistica a cui è esposta, la seconda generazione non subisce, nella maggioranza dei casi, un bilinguismo sottrattivo, un impoverimento della lingua.

Dalle conversazioni è emerso un forte legame affettivo non solo verso la lingua italiana, giudicata la lingua che "piace di più", ma anche verso la terra d’origine tanto da renderla frequente meta vacanziera. Su trenta interrogati ben ventinove si recano in Italia almeno una volta all’anno, anche se solo tre progettano un rientro definitivo. Nonostante la buona integrazione nel Paese d’accoglienza questi giovani non negano il cordone ombelicale che ancora li unisce alla patria d’origine e spesso si ritengono rappresentanti di una nuova cultura, la cultura "italosvizzera", quella che unisce i due mondi di cui essi fanno parte. L’italiano della seconda generazione di emigrati in Svizzera tedesca sembra avere buone possibilità di sopravvivenza considerando l’intenzione di molti intervistati di trasmettere la lingua e la cultura d’origine anche alle generazioni future".

 

 


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