"La causa che ha spinto in poco più di un
secolo quasi 27 milioni di Italiani ad emigrare può essere riassunta
in un solo termine: povertà. L’emigrazione è infatti un indice
molto significativo della situazione economica di una regione: quando
la gente se ne va, staccandosi dal proprio ambiente e dai propri
affetti, per andare incontro a rischi e disagi, dimostra che la
sopravvivenza nel proprio Paese è diventata estremamente
difficoltosa. Prima di trasformarsi in quest’ultimo periodo in
ricevitore di forza-lavoro, il Veneto ha detenuto per decenni il
primato emigratorio. Col passare degli anni l’emigrazione ha
cambiato connotazioni: sono mutati i tipi di lavoro, sempre meno
legati all’agricoltura, sempre più ai settori dell’industria;
sono cambiate le destinazioni, meno transoceaniche e interne, più
europee; ma il Veneto è rimasto comunque, a lungo, il maggiore
serbatoio di manodopera da impiegare nelle miniere, nella costruzione
di strade e linee ferroviarie, nell’edilizia.
La Svizzera, già meta della prima ondata di
emigrazione che risale al periodo antecedente la prima guerra
mondiale, si conferma destinazione predominante dell’emigrazione
italiana dal dopoguerra ad oggi, assorbendo complessivamente 2,5
milioni di emigranti italiani corrispondenti al 31% del totale degli
espatri nello steso periodo.
L’obiettivo dell’emigrante che partiva nel
dopoguerra per cercare fortuna all’estero non era l’ascesa
professionale, ma l’accumulazione di un buon risparmio che gli
permettesse di rientrare quanto prima nel Paese d’origine e di
realizzare i suoi progetti. L’esigenza di qualificazione
professionale è emersa solo nei decenni successivi, anche a causa
della crescente concorrenza di manodopera proveniente da altri Paesi.
L’emigrazione degli anni ’50 è ancora prevalentemente temporanea
e caratterizzata, oltre che dalla scarsa se non inesistente
qualificazione, anche dall’assenza della famiglia. Con gli anni ’60
e la nuova ondata espansionistica diventano frequenti anche i
ricongiungimenti familiari. Ma quale è stato l’impatto con il Paese
d’accoglienza? Quali difficoltà hanno incontrato questi emigrati e
i loro figli? E qual è l’esito del plurilinguismo e del
pluri-culturalismo dei giovani della seconda generazione? Lo scopo
della ricerca è di delineare il profilo linguistico dei giovani
emigrati di seconda generazione nella Svizzera tedesca, di scoprire
quale posizione riveste per loro la lingua e la cultura italiana,
quale rapporto esiste con la terra d’origine e, soprattutto, quale
grado di mantenimento ha conservato la lingua dei genitori. Le
testimonianze di trenta informatori di origine bellunese, nati o
comunque cresciuti nella Confederazione Elvetica e residenti a Zurigo
costituiscono le basi di quest’indagine e permettono di tracciare le
difficoltà e i conflitti che possono nascere da un tale impatto tra
lingue e culture diverse.
Dei quattro capitoli in cui si articola questo
lavoro il primo introduce lo sfondo storico dell’emigrazione: con l’aiuto
di alcuni grafici e qualche tabella vengono riassunte cause ed entità
dei flussi emigratori italiani nel mondo e specialmente in Svizzera
dalla fine del secolo scorso fino ai nostri giorni. La seconda parte
consiste in un quadro della situazione socio-linguistica degli
emigrati italiani in Svizzera. Accanto all’illustrazione del
pluralismo linguistico nella Confederazione Elvetica (dove convivono
ben quattro lingue nazionali: tedesco, francese, italiano e romancio)
e del ruolo dello Schwyzertutsch, il dialetto svizzero tedesco,
vengono presentate la prima ma soprattutto la seconda generazione e
messe in luce eventuali differenze sociali e linguistiche. Il terzo
capitolo, quello principale, oltre a spiegare il metodo d’indagine,
fornire alcuni dati sul campione e introdurre i tratti linguistici
più frequenti dell’italiano parlato all’estero, prende in esame
la lingua degli emigrati di seconda generazione analizzando
singolarmente ed individualmente ognuna delle interviste. La parte
finale, invece, dà una panoramica delle tematiche principali e
ricorrenti emerse durante le conversazioni, offrendo un quadro
effettivo dell’attuale situazione socio-linguistica della seconda
generazione e interpretando il grado di inserimento nella società d’arrivo.
Perché è interessante prendere in esame la seconda
generazione? Perché rispetto alla prima, gode di una situazione di
partenza migliore. Nati e cresciuti nel Paese di immigrazione, i figli
degli emigrati italiani sembrerebbero più facilitati, rispetto ai
loro genitori, nel processo di inserimento e di adattamento al nuovo
ambiente. Certamente le possibilità di entrare in contatto diretto
con la realtà circostante sono maggiori: dall’affidamento alle
balie svizzere ai soggiorni nel Krippen o Hort (nidi o asilo diurno)
durante le ore lavorative dei genitori, alla frequentazione di asilo e
scuola, le possibilità di stabilire dei rapporti con il mondo
svizzero sono numerose. Nonostante ciò, questi giovani rappresentano
spesso la generazione "di transizione" visto che sono
considerati da una parte più integrati nella nuova società rispetto
ai genitori, ma non ancora pari ai loro coetanei svizzeri.
Il giovane emigrato entra in contatto con due mondi
diversi, a volte persino opposti, il che spesso può generare non
poche difficoltà. Se i genitori generalmente tendono a offrirgli la
prospettiva del rientro rischiando di provocare in lui un’instabilità
che può portarlo persino a non volersi integrare e a non imparare la
lingua locale, la popolazione indigena esige un’integrazione se non
addirittura un’assimilazione totale alle proprie regole e
comportamenti. L’alternativa che si pone è dunque o il rientro in
patria o la stabilizzazione in Svizzera, e il ragazzo spesso sente la
pressione di dover scegliere tra la volontà di assimilazione alla
cultura della società d’arrivo con la possibile conseguenza di un
distacco emotivo, culturale e linguistico della famiglia, e un destino
di marginalità sociale se invece dovesse privilegiare le radici
culturali e linguistiche della famiglia. Per il giovane emigrato non
è facile affrontare questo radicale "aut aut", sentirsi al
centro di proposte, realtà e atteggiamenti di vita contrastanti che
possono suscitare conflitti d’identità, sentimenti di esclusione e
di provvisorietà continui.
Anche a livello linguistico l’itinerario anteposto
al giovane emigrato non è del tutto semplice. Non c’è dubbio che
rispetto ai genitori, la seconda generazione parta avvantaggiata nell’apprendimento
della lingua d’arrivo visto che può approfittare anche dell’insegnamento
scolastico. I giovani emigrati entrano effettivamente presto in
contatto con due lingue, ma l’essere bilingue non sempre è un
vantaggio. Il repertorio del figlio di emigrati italiani è
generalmente ricco e molto complesso. Senza contare le maggiori lingue
nazionali e straniere, il ragazzo ha all’attivo due lingue standard,
italiano e tedesco, e due varietà non standard, dialetto italiano e
Schwyzertutsch, codici strutturalmente e funzionalmente differenziati.
Un plurilinguismo complesso come quello a cui sono esposti i giovani
italiani di seconda generazione dovrebbe dunque comportare, secondo l’opinione
comune, una ridotta padronanza di tutte le varietà, una specie di
semi-linguismo in cui i codici vengono uniti e fusi in un unico
sistema. I dati emersi dalle registrazioni effettuate sembrano però
smentire questa opinione. Il campione di questa ricerca dimostra che,
nonostante l’effettiva complessità linguistica a cui è esposta, la
seconda generazione non subisce, nella maggioranza dei casi, un
bilinguismo sottrattivo, un impoverimento della lingua.
Dalle conversazioni è emerso un forte legame
affettivo non solo verso la lingua italiana, giudicata la lingua che
"piace di più", ma anche verso la terra d’origine tanto
da renderla frequente meta vacanziera. Su trenta interrogati ben
ventinove si recano in Italia almeno una volta all’anno, anche se
solo tre progettano un rientro definitivo. Nonostante la buona
integrazione nel Paese d’accoglienza questi giovani non negano il
cordone ombelicale che ancora li unisce alla patria d’origine e
spesso si ritengono rappresentanti di una nuova cultura, la cultura
"italosvizzera", quella che unisce i due mondi di cui essi
fanno parte. L’italiano della seconda generazione di emigrati in
Svizzera tedesca sembra avere buone possibilità di sopravvivenza
considerando l’intenzione di molti intervistati di trasmettere la
lingua e la cultura d’origine anche alle generazioni future".