Emigrazione in libri
(maggio 2001)
Il Cadore degli emigranti
E' il titolo di un'interessante pubblicazione di
Gianni Pais Becher, scrittore e guida alpina di Auronzo, di cui
pubblichiamo l'introduzione curata dallo stesso autore
Gianni Pais Becher vive ad Auronzo di Cadore, in
provincia di Belluno. Scrittore, ricercatore e guida alpina, mettendo
insieme le sue grandi passioni, ha realizzato reportage di viaggio
pubblicati in note riviste specialistiche e numerosi filmati, guide e
pubblicazioni, tradotte anche in lingua straniera. Il suo grande
interesse per i luoghi e la cultura di diversi popoli che abitano le
montagne del mondo (dalla Groenlandia al Tibet, dalla Mongolia al
Perù), non gli ha impedito di "esplorare" anche il passato
della sua gente e della sua terra, indagando a fondo la memoria degli
anziani. L'entusiasmo per la ricerca lo hanno portato a compiere un
viaggio, durato oltre un decennio, sulle tracce degli emigranti
cadorini e dagli incontri con le donne e gli uomini che lasciarono le
Dolomiti per attraversare l'oceano, dalle loro testimonianze, lo
stesso Pais Becher ha scoperto un Cadore che non conosceva. Quel
Cadore che ha raccontato nelle pagine di un libro, di cui proponiamo
l'introduzione dello stesso autore.
"L'idea di recuperare la
memoria degli anziani emigrati dal Cadore verso le Americhe,
l'Australia e la Nuova Zelanda, mi è venuta in mente dopo alcuni
viaggi compiuti negli Stati Uniti d'America, dove ho incontrato
centinaia di famiglie di origine cadorina che mi hanno stupito per la
profonda conoscenza della storia, della cultura e delle tradizioni,
con racconti ricchi di memorie inedite.
Le loro testimonianze mi hanno
affascinato ed arricchito interiormente, caricandomi dell'entusiasmo
necessario per intraprendere un lungo e difficile lavoro di ricerca
durato oltre un decennio, che mi ha portato ad approfondire alcuni
aspetti del contesto storico e culturale del Cadore che non conoscevo.
Molti emigranti che
ho incontrato negli anni 80 sono nel frattempo scomparsi, ma sono
rimasto in contatto con i loro discendenti, con i quali ho intessuto
una fitta rete di corrispondenza.
Mentre scrivo queste righe mi giunge
notizia della scomparsa di Vivian Vecellio None che nel 1988 mi ha
ospitato nella sua casa con l'affetto di una madre. La sua morte segue
quella di Maria Vecellio del Monego alla quale ero molto legato:
ambedue risiedevano a Lewis Run in Pennsylvania. A
loro e a tutti coloro che mi hanno aiutato nelle ricerche per la
compilazione di questo volume, vadano i miei più vivi ringraziamenti
e l'affetto sincero. Un particolare ricordo va a Antonia (Nina)
Zandegiacomo Marzer, morta nel 1996 a Bradford Pa. all'età di 106
anni e alla figlia novantenne Clarina Vecellio None.
Da quando, nel 1987, ho compiuto il
primo viaggio sulle tracce degli emigranti cadorini in America,
Clarina mi aggiorna settimanalmente sulla situazione degli emigrati a
Bradford e Lewis Run Pa. Lei conosce il giorno esatto in cui "l'saroio
pasa la sesia de San Roche", lei mi avverte dello sbocciare
delle viole, dei mughetti o dei ciclamini, come se il profumo di quei
splendidi fiori arrivasse fino in Pennsylvania…Clarina, anima
sensibile che ama e conosce la sua terra d'origine meglio di molti che
la abitano!
E a Luigi Coletti nato a Tai di
Cadore nel 1926. Aveva solo tre anni quando fu costretto a emigrare
con la famiglia in Francia, dove si ritrovò appena quattordicenne
orfano e solo a girovagare per le macerie di Marsiglia bombardata
dagli inglesi e dagli americani. Rientrò in Italia ma dopo alcuni
mesi decise di ritornare in Francia, da dove emigrò in Algeria. Vi
rimase solo un paio d'anni, poi lasciò l'Africa per approdare in
Canadà come meccanico specializzato. Dal Canadà emigrò negli USA
dove risiede tuttora. E' cittadino americano ma parla molto bene il
Ladino cadorino. Arrivato in Italia per un periodo di vacanze, venuto
a conoscenza delle mie ricerche, è venuto a trovarmi per raccontarmi
le sue vicende.
Tutti, nessuno escluso, si sono
dimostrati veri figli del Cadore, terra che hanno dovuto abbandonare a
malincuore per cercare altrove il sostentamento alle loro famiglie.
Con alcuni di loro ho mantenuto i rapporti attraverso una fitta
corrispondenza e una lunga serie di telefonate, poi, appreso l'uso del
computer e di internet, ho raccolto i loro indirizzi e - mail e
gli ho contattati attraverso la posta elettronica e le chat lines.
In questo modo e
tramite alcuni viaggi effettuati negli Stati Uniti ed in America
Latina (l'ultimo nell'autunno del 1999), ho potuto raccogliere le
preziose testimonianze sulla memoria dei loro avi, che emigrati in
terre lontane hanno conservato gelosamente il patrimonio culturale e
storico della terra d'origine.
Patrimonio ereditato oralmente,
generazione dopo generazione, e conservato gelosamente senza passare
attraverso i filtri della trasformazione intervenuta in Cadore, dove
l'identità contadina e montanara, ricca di cultura e tradizioni che
traggono origine da lontane epoche protostoriche, è stata
accantonata, per far posto a una monocultura industriale avulsa dalla
nostra realtà socio - economica.
L'industria degli occhiali ha
assorbito la quasi totalità delle forze economiche e intellettuali
del Cadore, penalizzando il turismo e l'artigianato locale e causando
l'abbandono delle secolari attività agricole e silvopastorali e il
conseguente deterioramento dell'ambiente naturale. Vendute le mucche,
le capre e le pecore, abbandonate le malghe ed i pascoli, trascurati i
boschi e i prati, svenduti i terreni alla speculazione edilizia,
bruciate le vecchie foto, distrutti i preziosi attrezzi ed oggetti
della cultura montanara, molti si sono gettati a capofitto nel
miraggio industriale, che dopo un iniziale euforia generale ora dà
consistenti segni di cedimento.
Per questo motivo la memoria degli
emigranti è risultata essere molto preziosa. Soltanto chi ha dovuto
abbandonare per sempre il paese natio, ricorda con nostalgia la terra
d'origine com'era prima della trasformazione industriale. Soltanto
loro hanno conservato documenti, foto d'epoca, memorie storiche,
tradizioni, leggende, filastrocche, detti e proverbi, con la nostalgia
e l'orgoglio di chi è cosciente di avere le radici in uno degli
ambienti naturali più belli del mondo: tra le Crode del Cadore.
Il Popolo Cadorino ha dovuto
convivere con l'emigrazione fin dall'antichità, dapprima come ricerca
di lavoro stagionale verso la pianura Veneta, l'Istria, il Tirolo, la
Carinzia, la Slovenia, la Croazia, l'Ungheria, la Germania, la
Francia, il Belgio e la Svizzera, poi con un esodo senza ritorno che
ha privato la nostra terra della gente più forte e più coraggiosa.
Fin dal 1600 si ha notizia di
Cadorini che giravano per le contrade d'Europa e dell'Est Europeo come
finestrai, calderai, arrotini, seggiolai, carbonai, muratori e come
minatori. Andavano di paese in città, di casa in casa ad offrire le
loro arti, i loro mestieri e ritornavano a casa giusto in tempo per il
periodo della semina nei campi e della fienagione. A
quei tempi i campi del Cadore producevano frumento, segala, orzo,
farro, avena, fava, fagioli, piselli, grano saraceno, granoturco,
lino, canape, lenticchie, barbabietole e lattughe di ogni tipo.
Vangavano i campi, ne sistemavano i perimetri, aravano, seminavano,
falciavano l'erba e subito dopo si preparavano a ripartire. Messo in
spalla il bastone alla cui estremità era appeso un fagotto contenente
i pochi capi personali e i ferri del mestiere, a piedi, i più
fortunati in groppa a un cavallo, passavano il confine e attraverso
strade e sentieri conosciuti si spingevano lontano a riprendere il
loro lavoro. Coloro che rimanevano a casa provvedevano a pascolare gli
animali, a lavorare nei boschi e a fornire manodopera per le miniere.
Nel 1812 i residenti in Cadore erano
24600. Questi allevavano 12000 bovini, 18000 pecore, 7500 capre e 500
suini. Nel 1869 i residenti erano quasi raddoppiati, 41297 abitanti
stabili ( Cortina d'Ampezzo inclusa), e 6410 emigrati, una percentuale
altissima che conferma quanto il fenomeno migratorio fosse diffuso.
Non è possibile
indagare a fondo la storia dell'emigrazione dal Cadore perchè troppo
articolata e complessa, basti pensare che alcuni emigranti cadorini si
sono spinti perfino in Siberia a costruire la Transiberiana. Ma il
grande esodo doveva ancora cominciare: verso il 1875 dagli Stati Uniti
e dall'America Latina giunse anche in Cadore la richiesta di
boscaioli, minatori, muratori ed addetti all'agricoltura. Con l'arrivo
dei medici condotti, la mortalità infantile, che a quei tempi era una
delle maggiori cause di morte, diminuì notevolmente, con il
conseguente incremento della popolazione. Le bocche da sfamare erano
aumentate, le Crode non davano prodotti sufficienti per tutti, il
turismo non esisteva ancora e tranne alcuni addetti nelle miniere e
nelle segherie, l'industria era praticamente inesistente.
Gli uomini si ritrovavano nelle
piazze dei villaggi a discutere, a cercare insieme una via d'uscita
alla povertà e alla fame. Quando alla sera rientravano a casa,
davanti agli occhi imploranti dei loro bambini con la pancia vuota,
provavano vergogna e imbarazzo,
E allora decisero a malincuore di
lasciare le famiglie, le case, i boschi e le Crode per andare a
spezzarsi la schiena nelle foreste della Pennsylvania e dello Stato di
New York, nelle miniere di carbone del Michigan, della Virginia, del
West Virginia e del Minnesota, nei campi assolati del Brasile del
Venezuela e dell'Argentina. Attraversarono l'oceano Atlantico stipati
nei bastimenti carichi di gente con gli occhi colmi di disperazione e
di speranza per un futuro migliore. Durante
la navigazione fecero amicizia con altri Italiani che parlavano idiomi
differenti dal loro: sul bastimento si sentiva l'intercalare dei
Veneti, dei Friulani, degli Abruzzesi, dei Calabresi e dei Siciliani,
tutti figli della stessa nazione ma con lingua, cultura e tradizioni
completamente diverse.
Ma si sentivano accomunati dalla
stessa povertà, dalla stessa speranza di un futuro migliore, sia per
loro, sia per i familiari rimasti in patria. Una volta giunti in terra
straniera, consapevoli che uniti era più facile sopravvivere,
fondarono Cooperative di Lavoro e di Consumo, Società Operaie di
Mutuo Soccorso e persino interi villaggi.
Nel New Jersey, a Clifton e dintorni,
gli emigrati della Valle del Boite, soprattutto di San Vito di Cadore
fondarono una Cooperativa, costruirono una scuola e una bellissima
chiesa, che si incendiò ma che ricostruirono più grande e più bella
di prima. A Bradford e Lewis Run in Pennsylvania, gli auronzani
fondarono un Società Operaia di Mutuo Soccorso e ancora oggi ci sono
più Vecellio sul elenco telefonico di quell'area, che quelli
residenti in tutto il Cadore. A Lewis Run la via principale ( la Main
Street), è abitata esclusivamente da famiglie di Auronzo. Nel 1987
quando mi sono recato là per la prima volta, entravo e uscivo da una
casa all'altra, sempre parlando in lingua Ladina per giorni interi e
mi pareva di non avere mai abbandonato il paese natio, di non trovarmi
negli Stati Uniti d'America.
Negli USA ho ascoltato i racconti
orgogliosi di chi ha partecipato alla costruzione dei primi
grattacieli di New York, del Ponte di Brooklyn, delle prime auto della
Ford. Ma anche molte grida di dolore di discendenti di emigranti che
sono morti con la nostalgia del Cadore nel cuore, consapevoli di non
essere riusciti ad avverare le loro speranze, i loro sogni di un
avvenire migliore.
Ricordo sempre con commozione le
parole che ho letto sulle pagine ingiallite di un diario scritto da un
emigrante cadorino in Michigan. Le ultime pagine furono scritte con la
grafia tremolante, di chi è cosciente della prossima fine. Sono
parole che mi hanno commosso e che conservo nel profondo dell'anima:
Ho salutato le sorelle,
abbracciato mia madre,
poi sono salito sul carro e mentre i cavalli partivano volevo quasi
scendere.
Ci fermavamo ogni tanto per far salire i compaesani che venivano con
me in America.
Nene Bepa era alla finestra e agitando le mani gridava 'Sane fiol,
sane'.
Arrivati alla chiesa di Santa Caterina mi sono girato per
guardare per l'ultima volta il mio paese, l'Ansian, le Crode.
Poi mi sono voltato dall'altra parte per nascondere due lacrime.
Addio Auronzo, il bastimento mi aspetta, addio mamma…
Quante volte ho pensato a quei momenti, quanta nostalgia, quanta
voglia di tornare!
Ma ora sono troppo vecchio e nessuno si ricorderà più di me.
Mi hanno scritto che là tutto è cambiato,
che le case in legno sono state demolite per costruire quelle di
pietra,
che non riconoscerei più la mia borgata.
Morirò con un grande rimpianto in fondo al cuore:
non aver potuto rivedere le Crode che mi hanno visto crescere.
Eppure ho lavorato duramente per tanti anni, con la speranza di
ritornare.
Almeno una volta, almeno per andare via de porteà
A mettere le stelle alpine sulla tomba di mia madre.
Ma non ci sono riuscito…
Addio Auronzo addio per sempre.
Il Cadore si estende per 1428
chilometri quadrati, coperti in prevalenza da crode, boschi e pascoli.
Molti figli di questa terra, discendenti di emigrati cadorini, vivono
sparsi nel mondo. Se ritornassero a casa tutti insieme, non ci sarebbe
lo spazio sufficiente per ospitarli, né le risorse per sopravvivere.
Secondo una stima
approssimativa, il numero degli emigrati e dei loro discendenti supera
quello dei cadorini residenti.
Durante i miei viaggi alla ricerca
delle loro memorie, ho toccato con mano l'amore e la nostalgia che
hanno per la terra d'origine, ho raccolto, leggende, superstizioni,
pregiudizi, filastrocche, detti e proverbi riconducibili alla cultura
e alle antiche tradizioni, alcune fantastiche, altre avvalorate dalle
recenti scoperte archeologiche, molte inedite. In questo volume ne
propongo alcune nella speranza che siano di stimolo per ulteriori e
più approfondite ricerche che ci aiutino a recuperare almeno in parte
le nostre radici".
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