(giugno 2000)
Bambina nel Veneto, donna in Australia
Dire addio alla terra in cui si è nati e
abbandonare il proprio mondo per raggiungerne uno nuovo e sconosciuto.
Un distacco difficile per gli uomini che emigrarono in cerca di
fortuna, ma vissuto ancor più drammaticamente dalle donne e dai figli
costretti a raggiungere mariti e padri. Diana Ruzzene Grollo ha voluto
consegnare alle pagine di un libro le vicende, i personaggi e le
immagini viste con gli occhi di una bambina che diventa donna e madre
A volte nella vita accadono strane cose e Diana
Ruzzene Grollo ne sa qualcosa, cominciando già col definire il suo
libro un "ibrido", come lei chiama se stessa e tanti altri
italo-australiani. La narrazione, infatti, è un costante riferimento
a due mondi costituiti da due lingue, due culture e due religioni
diverse, a volte in armonia e a volte in conflitto tra loro.
La storia dell’autrice inizia a Mure, una piccola
frazione del comune di Meduna di Livenza a 30 chilometri a nord di
Venezia. Il mondo di Diana comprendeva allora la casa dal pavimento
sconnesso, dov’era nata, le campagne, la gente che abitava attorno e
che ogni domenica incontrava alla messa. Comodità ben poche: niente
bagno in casa, una luce fioca a illuminare le stanze, una camera per
dormire in cinque fratelli e i materassi riempiti dalle
"bucce" delle pannocchie di granoturco. D’inverno, l’unico
luogo caldo era la cucina dove, sopra la stufa a legna, si scaldavano
i mattoni da porre nel letto per intiepidirlo. Agli occhi dell’infanzia,
però, tutto pareva idilliaco e divertente, anche la miseria e le
privazioni.
Di questo parlano i racconti della Ruzzene: delle
antiche tradizioni contadine, dei filò nelle stalle, delle feste
paesane, delle processioni religiose, dei miti e delle leggende di
campagna. Finchè i profumi delle stagioni e le immagini della
semplice vita contadina lasciano il posto a quelle di una nave, dove
migliaia di italiani, stipati come animali, attendono di raggiungere l’Australia,
pensando di poter costruire un futuro migliore.
Nel 1955, all’età di sette anni, anche l'autrice
partì per il "nuovo mondo", assieme alla madre e a cinque
fratelli, per raggiungere il padre Giovanni che, essendo emigrato
quattro anni prima, non aveva quasi conosciuto. Ad attenderla, però,
erano maggiori umiliazioni, privazioni e un razzismo che l’avrebbero
segnata per sempre.
Tutto lì era diverso: lingua, cultura, tradizioni,
religione e l’integrazione non risultò facile. La politica
immigratoria australiana prevedeva l’acquisizione di manodopera non
qualificata per incrementare lo sviluppo industriale: si percepivano
stipendi bassissimi, i bambini si ammalavano frequentemente, l’inglese
lo studiavano a fatica e appena raggiunta l’età legale erano
costretti ad andare in fabbrica a lavorare. Anche la famiglia di Diana
subì tutto questo.
Ma la vita delle donne immigrate era ancor più
difficile, il destino comune era lavorare in fabbrica, sposarsi e
mettere al mondo figli. Diana, invece, cercava un riscatto per se
stessa, e forse per tutte le altre donne, desiderando integrarsi nella
società australiana per non sentirsi più divisa a metà tra i
ricordi del "vecchio mondo" e la nuova vita. Cominciò così
a frequentare corsi serali di inglese, matematica, e storia, iniziando
la sua lenta "assimilazione", che partì proprio dal nome,
non più Diana ma "Daian". Nel 1993, trentotto anni dopo
aver lasciato il Veneto, benchè sposata e con quattro figli, l’autrice
si laureò in Lettere, raggiungendo quanto si era prefissata tanti
anni prima e che le era costato tantissima fatica.
Ma la cultura, le tradizioni, i miti e i racconti
del paese abbandonato quand’era bambina e trasmessi a voce dai
genitori, soprattutto dalla mamma, con quel che restava del dialetto e
dell’italiano, lentamente cominciarono ad appartenere al passato. E
per questo l’autrice, ha deciso di depositare quei ricordi sulla
carta, con l’intento di ricostruirli e forse impedirne l’estinzione
perché niente sia più mal interpretato o perso.
Una
sorta di "dovere storico", come lei stessa definisce il
ruolo della donna e della madre nel mantenimento della cultura e delle
tradizioni di generazione in generazione.
Non si legge solo un romanzo, un’autobiografia o
un saggio a sfondo storico-sociologico, ma tutto questo sapientemente
combinato che, giocando tra contrapposizioni e analogie, ci parla
attraverso immagini, personaggi e vicende. E sono queste le tessere
del mosaico che alla fine ricompongono il quadro di tante vite, una
sorta di cronaca familiare ma anche la ricostruzione della storia dei
tanti emigrati all’estero che ci restituisce verità e memoria.
Non a caso nelle parole che chiudono il libro l’autrice
ci consegna proprio l’immagine della mamma, Maria, che
simbolicamente rappresenta ogni mamma, emigrata o meno, e dà il
giusto risalto alla figura delle donne, depositarie dei valori e delle
tradizioni familiari.
"Mamma - scrive la Ruzzene Grollo -
faceva spesso uso dei proverbi per cercare di dare una risposta a
tutto: ‘il proverbio dise’. Da piccola mi sono chiesta spesso chi
fosse questo signor Proverbio, concludendo che doveva essere una
specie di Dio onniscente visto che aveva una risposta per tutti i casi
della vita".