(ottobre 2002)
Quei viaggiatori che non avrebbero mai voluto
viaggiare
Le storie di nove emigranti di
Sommacampagna, comune del veronese, sono state raccolte in una
pubblicazione, a cura di Enrico Santi e Uberto Tommasi, che propone
una successione di ricordi, alcuni dei quali molto tristi. A fare da
sfondo le miniere di carbone in Belgio, le officine meccaniche in
Francia, i campi di patate in Germania
"Partii per la Germania nel 1942. Avevo con me
una valigia di cartone, chiusa da una cintura, allora c’erano solo
quelle. Ci portarono nei dintorni di Berlino con altri paesani. Oltre
alla Rosa e alla Emma ricordo Gardini e Bernabè. Ci misero a
raccogliere patate e carote. Era un lavoro duro ma si guadagnava
meglio che in Italia".
Questa è la testimonianza di Genoveffa Bruna
Peretti di Sommacampagna (Vr). Uno stralcio dei tanti racconti degli
abitanti del comune emigrati all’estero, che fanno parte del quarto
Quaderno dal titolo "Storie di emigranti", stampato in
occasione dell’annuale Antica Fiera, edizione 2002.
Avventure e disavventure dimenticate, storie di
uomini e donne costretti a una ostinata ricerca di riscatto, tanto da
dover rinunciare ai propri affetti, dolorosamente lasciati sulle
fredde panchine di legno dei treni che li portavano oltre confine. Nel
cuore avevano un’unica speranza, quella di poter cominciare una vita
migliore.
"Fu triste lasciare il paese – racconta Elio
Zenatti, emigrato in Belgio nel 1956 – ma per fortuna avevo una
parte della famiglia già sul luogo. Poi fu facile inserirsi nella
società. Già allora i belgi avevano superato gli odi di guerra ed
era raro sentire qualcuno apostrofarci "Sale maccaroni"
(sporchi maccheroni), cioè italiani. Ero là quando vi fu la tragedia
della miniera di La Louviere. Anche questo rafforzò il nostro
rapporto".
Elio, come i tanti Giuseppe, Walter, Lino, emigrati
per "bisogno", sono i protagonisti del film più lungo della
storia, girato in quasi cento anni in diversi continenti, la
testimonianza del duro lavoro, dei sacrifici, delle paure e delle
nostalgie che hanno contribuito a costruire intere città, ma anche
una rete di rapporti con altri popoli. Fu con i fatti, con la loro
buona volontà che i nostri italiani riuscirono a superare i
pregiudizi e le diffidenze di chi li considerava "diversi":
per lingua, religione, tradizioni e cultura.
Ci fu anche chi lasciò la propria casa perché
"sgradito" come la famiglia Bonvicini, che non nascondeva le
sue simpatie socialiste. Nel lontano 1923, con l’avvento del
fascismo, i due fratelli Luigi e Vittorio furono così costretti a
emigrare verso la Francia, per lavorare nelle miniere di carbone.
Luigi si trasferì poi in Belgio. Grande lavoratore, si conquistò ben
presto la fiducia dei dirigenti delle Officine Boeil e dopo la seconda
Guerra Mondiale il "grand Louis" (così soprannominato per
la sua altezza) si interessò di tutti gli immigrati giunti da
Sommacampagna per sistemarli all’interno delle officine nei posti
migliori e con le mansioni meno pesanti.
Nelle pagine del Quaderno si coglie anche la
tristezza di chi ritornò, volontariamente, nelle proprie case
veronesi, scoprendosi meno italiano.
"Fu così che troppo tardi ci scoprimmo più
svizzeri tedeschi che italiani - dice Lino Falezza, emigrato in terra
elvetica -. Eravamo abituati che tutto funzionava, e si erano creati
dei legami profondi con le persone del luogo. Naturalmente, ora stiamo
bene anche qui. Tuttavia, si soffre troppo e ad un giovane suggerirei
sempre di rimanere dove è nato e cresciuto. In ogni caso a chi fa
figli all’estero conviene lasciarli dove si sono ambientati".
Il racconto più commovente è quello di Arnaldo
Primo Spezia, costretto a rientrare pochi mesi fa dall’Argentina in
seguito alla gravissima crisi economica, già preceduto da quattro dei
suoi 10 figli. Gli altri sei, assieme alla moglie, sono rimasti a
Cordoba e Arnaldo ha confessato la nostalgia per il Paese in cui è
nato, perché lì non ha lasciato solo familiari, parenti, amici, ma
la sua stessa vita.
"Storie di emigranti", storie sconosciute
o, forse, storie già lette. Comunque la pubblicazione, edita dal
Comune di Sommacampagna, riporta alla memoria la tragedia umana degli
italiani che sono partiti, a volte senza una meta e un impiego
precisi, armati solo di buona volontà e di un forte legame d’affetto
con le proprie radici.
E questo dovrebbe aiutarci a capire anche le
difficoltà di chi, oggi, cerca l’America qui da noi, figli
dell'immigrazione dagli occhi a mandorla, dalla pelle nera, ma con
braccia che hanno tanta voglia di lavorare.