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Emigrazione in libri

(luglio 1999)

Racconti di una migrazione che pochi conoscono

Angelo Tajani ha sicuramente un grande merito: aver reso note attraverso un libro le vicende di quegli italiani che non scelsero di emigrare, come molti altri, oltre oceano o nei vicini paesi europei, ma in Svezia. Storie di operai venuti nel secondo dopoguerra nell'estremo nord d'Europa, ma anche di uomini che hanno saputo raggiungere traguardi insperati. Come è accaduto a Severino Zia, di San Donà di Piave

Si intitola "Il miraggio svedese" la storia sull'emigrazione italiana in terra scandinava. E' un libro nel quale Angelo Tajani, scrittore e giornalista nato ad Amalfi ma residente in Svezia, racconta le vicende poco conosciute di un gruppo di operai specializzati "ceduti in prestito" dall'Italia e reclutati dalle industrie svedesi alla fine della seconda guerra mondiale. Di questa storia parleremo in uno dei prossimi numeri.
Ma il libro presenta anche altri spunti di particolare interesse. Le ultime pagine, ad esempio, ospitano una "galleria" di personaggi di origine italiana che hanno saputo raggiungere il successo in questo Paese dell'estremo nord d'Europa. Si tratta di emigrati della seconda generazione, alcuni dei quali sono veneti.

Tajani, al quale va il nostro ringraziamento, ci ha autorizzato a pubblicare i brani del libro che ci interessavano e noi abbiamo deciso di riportare, per prima, la storia di Severino Zia, originario di San Donà di Piave, in provincia di Venezia, divenuto in Svezia...

IL MAGO DELLA SCARPA

Vi sono al mondo individui che, pur mietendo successi, riescono a rimanere serenamente nell'ombra e a fare il loro mestiere con gioia. Uno di questi è un veneziano D.O.C. che si chiama Severino Zia. E' originario di San Donà di Piave ed è giunto in Svezia nel 1967. Di professione è designer calzaturiero, ma in realtà potrebbe essere definito il "mago della scarpa"!

Può permettersi il lusso di annoverare tra i suoi clienti il Sommo Pontefice, Giovanni Paolo II, le Loro Maestà Carlo Gustavo XVI e la Regina Silvia, le principesse Vittoria e Madeleine e il principe Carl Philip nonché la madre Generale delle suore Brigidine di Roma, Madre Tecla.

"Un giorno - racconta Severino - mentre visitavo la basilica di San Pietro, ho udito un'anziana suora che si lamentava di aver tanto male ai piedi. Mi avvicinai e chiesi se potevo aiutarla. Forse avrei potuto alleviare le sue pene facendole un paio di scarpe su misura. Prima mi guardò un po' sorpresa, poi sorrise e disse che accettava volentieri la mia proposta. Il giorno successivo mi recai da lei nel convento di Piazza Farnese, presi le misure, feci un calco e, dopo qualche settimana, le mandai le scarpe. Rimase contenta, al punto di raccomandarmi a Sua Santità. Poco dopo infatti, mi recai nuovamente a Roma e questa volta varcai la soglia del Vaticano per essere presentato al Papa. Da allora ho avuto l'onore di servirlo in più occasioni".

- Come ha fatto a diventare fornitore della Casa Reale svedese?

"A quell'epoca il maresciallo di corte era il barone Jan Kuylenstierna che, da giovane, aveva lavorato nell'ambito dell'industria calzaturiera. Anche suo fratello Lennart era nel settore ed io lo avevo incontrato a Milano nel 1957, quando venne per firmare il mio contratto in qualità di amministratore delegato della Gyllene Gripen. Tramite il loro interessamento, in special modo di Lennart, con il quale ho sempre mantenuto ottimi rapporti, avevo confezionato diverse paia di scarpe per l'addetto stampa del Palazzo Reale, Elisabeth Tarras Wahlberg e per sua sorella nonché per la prima dama di compagnia della Regina, la contessa Trolle Wachmeister. Fu grazie alla loro stima che fui introdotto prima alla Regina Silvia, per la quale ho fatto tra l'altro un paio di stivali in occasione del suo viaggio a Calgary in Canada per le olimpiadi invernali. Poi mi chiesero di servire prima il re e poi i principini, cosa di cui naturalmente fui oltremodo onorato".

- Si dice che un suo collega tedesco, alcuni secoli or sono, per aver fatto un paio di stivali al re Gustavo Adolfo, che stava combattendo in Germania durante la guerra dei 30 anni ed aveva grandi problemi ai piedi, fu fatto barone e i suoi discendenti posseggono ancora oggi terre e un castello?

"Questo proprio non lo avevo mai sentito - dice Severino Zia scoppiando in una grande risata - ma, anche se l'episodio è accaduto tanti anni fa, fa sempre piacere sentire che il lavoro di un bravo artigiano sia stato apprezzato a tal punto da quel re".

- Perché ha scelto proprio la Svezia? - gli chiediamo quando lo incontriamo nel suo atelier ubicato in una villa alla periferia di Malmö, a pochi passi dall'ippodromo di Jägersro.

"Per essere sincero non era in Svezia che avevo deciso di andare. Infatti, dopo aver terminato gli studi all'Accademia Ars Sutoria di Milano, avevo già un contratto per il Venezuela. Il giorno in cui mi recai al consolato a chiedere il visto per l'espatrio, il console mi guardò e disse: perché vuoi andare in Venezuela? Ed io risposi: per fare esperienze e girare un po' il mondo. Ed egli di rimando, aggiunse: se io fossi in te non emigrerei in un paese oltre oceano ma resterei in Europa da dove, qualora non riuscissi ad ambientarmi, sarei in grado di rimpatriare anche a piedi!
Queste parole mi lasciarono perplesso e mi influenzarono al punto da farmi cambiare idea".

"Nel frattempo - continua Severino - c'era un calzaturificio di Malmö che era alla ricerca di un designer. Lo seppi da un amico veneziano che faceva il portinaio di un palazzo nelle adiacenze del Duomo a Milano. Fu lui che mi presentò al commercialista che aveva l'ufficio nello stabile e che stava appunto cercando un designer di calzature per la ditta svedese.
Dopo qualche giorno mi furono richieste delle prove d'opera che dovevano essere esaminate e giudicate da un noto fabbricante di scarpe lombardo e da un commerciante di Milano. I campioni presentati furono bene accolti dai due esaminatori italiani e ben presto firmai il contratto per sei mesi con la Gyllene Gripen di Malmö, un calzaturificio che aveva 280 dipendenti".

Durante i sei mesi di permanenza, Severino Zia avrebbe dovuto approntare una collezione di calzature per quella che, negli anni Sessanta, era considerata la più prestigiosa creatrice di moda del paese, Katja of Sweden - sposata con il produttore cinematografico statunitense Rod Geiger, grande amico di Roberto Rossellini.

"Il mio lavoro fu ritenuto valido e, alla fine del contratto, il calzaturificio mi chiese di prolungare la mia permanenza in Svezia. Nel 1978 poi l'azienda decise di chiudere ed io mi misi in proprio, aprii l'atelier e cominciai a produrre modelli per i fabbricanti di scarpe di tutta la penisola scandinava. Fu attraverso i contatti con l'industria calzaturiera che venni a conoscenza della grande richiesta di scarpe ortopediche e della mancanza di artigiani in grado di produrle. Io, che avevo sempre fatto scarpe, non esitai un solo istante e, piano piano, iniziai a prendere ordinazioni prima dalla clientela privata e pi dagli ospedali. Pertanto, quando il settore calzaturiero scandinavo andò in crisi e la maggior parte delle fabbriche chiuse i battenti, io avevo già iniziato un'attività sostitutiva a quella del designer di modelli esclusivi".

Severino Zia, prima di frequentare la scuola prestigiosa dei modellisti a Milano, ove ha imparato "a far muovere le mani secondo le istruzioni del cervello" - è così che egli definisce l'arte del modellista o designer - aveva iniziato da apprendista, all'età di dodici anni, e a quindici anni, aveva già un laboratorio di riparazioni a San Donà, insieme con altri tre artigiani. Poi, per imparare bene il mestiere, cominciò a lavorare come apprendista non retribuito nel calzaturificio Mancuso di Venezia.

- Qual è il segreto del suo successo?

"Credo che sia da ricercare nel fatto che le mie scarpe sono fatte in base alla personalità e alle aspettative della clientela. Ad una ragazza giovane che ha problemi di deambulazione a causa di malformazioni ai piedi non si può far calzare un paio di scarpe goffe. Io non solo cerco di venire incontro ai desideri del cliente ma mi immedesimo nel problema e cerco di creare scarpe serie o allegre secondo il gusto, il carattere e lo stile di chi le deve portare. Ho sempre cercato di migliorare le cognizioni del mestiere per sviluppare i modelli in modo che fossero comodi, eleganti e funzionali nello stesso tempo ed era per raggiungere questo traguardo che, da ragazzo, ogni giorno mi recavo a Venezia in bicicletta, che ho deciso di frequentare l'Accademia a Milano e che ho voluto espatriare".

Oggi la sua azienda è inserita nell'elenco delle 3000 imprese serie svedesi: un attestato di garanzia riservato alle poche ditte di prestigio e che fa di Severino Zia un "Capitano d'azienda senza macchia".
Il lavoro - che egli definisce una parola errata perché, secondo la sua opinione, colui che produce qualcosa lo fa per raggiungere la gioia di vivere - lo rende felice e gli consente di superare ogni difficoltà. Quello che riesce a fare per le persone che hanno deformazioni ai piedi non si può descrivere con le sole parole. Chi scrive infatti, ha visto dei calchi di gesso fatti a persone che avevano un moncherino al posto del piede e che, malgrado ciò, grazie alle sue calzature create "ad personam", concepite e pensate con amore caso per caso, riescono a camminare. Anche se non si vuol credere nei miracoli.

 


Veneti nel Mondo
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