(aprile
2000)
"L’emigrazione bellunese: un
bilancio storiografico"
Così si intitola la tesi di laurea di Anna Tonin,
che analizza le cause e lo sviluppo del fenomeno migratorio proprio
della Provincia di Belluno dall’inizio dell’Ottocento a oggi. Dai
primi spostamenti temporanei in Europa all’emigrazione permanente in
America Latina, sino al raggiungimento del benessere economico
attuale: un utile "viaggio nel tempo" per ripensare le
vicende di molte generazioni di emigranti bellunesi
"Le cause principali che spinsero gli abitanti
della montagna veneta a emigrare furono la mancanza di lavoro e la
necessità di trovare nuove fonti di guadagno per integrare gli scarsi
proventi dell’agricoltura, della selvicoltura e dell’allevamento.
Questi fattori incisero anche sull’emigrazione dalla Provincia di
Belluno. Il territorio bellunese, infatti, presenta caratteri
morfologici tipicamente montani in tutta la sua estensione, limitando
dunque la disponibilità di aree produttive. Nell’Ottocento i
terreni, generalmente di piccole dimensioni per l’alto frazionamento
della proprietà fondiaria, producevano un raccolto scarso anche
perché le colture erano spinte a livelli eccessivi e giungevano a
maturazione con difficoltà.
Per alimentarsi, la popolazione cercava di integrare
i modesti frutti dell’agricoltura con i prodotti dell’allevamento
del bestiame e con il ricavato del commercio del legname. Tuttavia,
neppure queste risorse erano sufficienti: l’allevamento veniva
infatti praticato con metodi tradizionali ed era poco produttivo e i
boschi davano vantaggi notevoli solo ai Comuni e agli imprenditori, ma
non alla popolazione, che doveva limitarsi a lavorare nel taglio, nel
trasporto e nella segatura del legname. Nei secoli precedenti l’economia
montana aveva trovato un equilibrio col ricorso ai proventi delle
miniere, della piccola industria e dell’artigianato. Queste
attività erano però entrate progressivamente in crisi con lo
sviluppo della grande industria, con l’unificazione del Veneto all’Italia
e la realizzazione del mercato unico nazionale. I governi italiani,
inoltre, non offrivano incentivi alla crescita del sistema economico
del Bellunese, il quale non era in grado di svilupparsi autonomamente
per mancanza di capitali, di iniziative imprenditoriali e di
infrastrutture.
Il fenomeno migratorio della Provincia di Belluno si
è manifestato in due forme assai diverse fra di loro: l’emigrazione
temporanea e quella di tipo permanente. Le cause di fondo dei due
fenomeni potevano essere le stesse, ma agivano in modi assai diverso
nell’uno e nell’altro caso. L’emigrazione temporanea era
connessa ad attività tradizionali come l’agricoltura, la
pastorizia, l’artigianato, il piccolo commercio, che si svolgevano
prevalentemente nell’arco di alcuni mesi, in ogni caso compresi fra
l’autunno e la primavera. In genere queste migrazioni avevano il
loro sbocco naturale nei paesi della vicina pianura veneta e friulana
pur spingendosi, in certi casi, verso le città dell’Impero
austriaco. Dalla seconda metà dell’Ottocento iniziò un esodo
stagionale su larga scala a causa della richiesta di manodopera nei
paesi dell’Europa centrale e orientale per i grandi lavori edilizi,
ferroviari e stradali. Ne derivò un incremento rilevante del numero
degli emigranti temporanei, dai 19.000 del 1843 ai 35.000 della fine
del secolo.
L’emigrazione propria o permanente,
intesa come definitiva o di durata piuttosto lunga, aveva come mete
principali il Brasile e l’Argentina. Fu un fenomeno caratteristico
del periodo successivo all’unificazione d’Italia, che si
caratterizzò per un vero esodo di massa a partire dal 1887. A
differenza dell’emigrante stagionale, chi partiva per l’America
Latina era spinto spesso dalla disperazione e se ne andava
accompagnato dall’intera famiglia, senza una preparazione
professionale specifica e con prospettive di lavoro assai incerte.
Verso la fine del secolo, comunque, la distinzione tra i due tipi di
emigrazione risultava sempre meno chiara, dato che lo sviluppo delle
comunicazioni faceva sì che anche i paesi più lontani diventassero
meta di spostamenti temporanei.
La tendenza migratoria fu frenata dall’inizio
della prima guerra mondiale, la cui ripercussione più immediata fu il
rimpatrio di molti lavoratori e delle loro famiglie. Con la fine della
guerra l’esodo migratorio ricominciò sotto il controllo del governo
fascista, per poi arrestarsi di nuovo con lo scoppio della seconda
guerra mondiale. Successivamente, iniziò una nuova fase di
spostamenti della popolazione del Bellunese, sostenuta anche da una
politica governativa mirante a creare delle aree che fornissero forza
lavoro per l’estero. Solo a partire dal 1963 la Provincia di Belluno
conobbe un lento sviluppo economico, riuscendo a recuperare un po’
del ritardo accumulato rispetto al resto della Regione. Nel contesto
di una struttura industriale ancora fragile, si distinguevano la
vitalità della piccola impresa, la dimensione crescente del reddito
familiare e la varietà della sua composizione (rimesse degli
emigranti, piccola proprietà agricola e alta propensione al
risparmio). La successiva crisi internazionale degli anni ’80 creò
problemi non indifferenti all’industria locale, ulteriormente
aggravati dalla diminuzione delle occasioni di espatrio e dall’affermazione
di una corrente di ritorno massiccia rispetto alla partenza.
Negli ultimi anni, il Bellunese ha raggiunto il
terzo posto nel Veneto in termini di reddito pro-capite e
particolarmente positivo risulta l’andamento della meccanica, dell’occhialeria
e dell’edilizia. L’alto numero di emigranti nel territorio
provinciale è quindi ormai un ricordo. Rimane soltanto una corrente
di emigrazione temporanea che coinvolge operai, tecnici e
commercianti, indirizzata soprattutto ai paesi del Centro-Europa, ma
anche all’Arabia Saudita o alla Libia. Negli anni ’70 questi
lavoratori erano occupati principalmente nel settore delle imprese
petrolifere e dei suoi derivati, mentre ora sono importanti anche
quelli idroelettrico, autostradale ed edile. Naturalmente, a
differenza del passato, si tratta di un’emigrazione spesso
alimentata dalla prospettiva di salari più alti di quelli offerti nel
Bellunese. Anche se le condizioni di lavoro sono per lo più buone,
restano però i problemi di sempre, quali la solitudine, il difficile
adattamento al paese e talvolta anche i reclutamenti clandestini o la
mancanza di controlli e di garanzie da parte delle imprese. Non è
neppure un’emigrazione stagionale, né definitiva, ma la sua durata
è legata alle caratteristiche tecniche dell’attività appaltata all’impresa
e può essere di qualche mese come pure di alcuni anni. All’interno
di questa nuova forma di spostamenti si distingue una categoria di
emigranti di origini piuttosto antiche: quella dei gelatieri. Essi
svolgono la loro attività prevalentemente nei paesi del Centro e del
Nord-Europa e ultimamente sempre di più anche nei nuovi mercati dell’Est
europeo. Sono circa 20.000 in tutto il Veneto le persone interessate,
impiegate in circa 3.600 aziende con oltre 15.000 dipendenti.
Nel complesso, l’esperienza bellunese del passato
ha insegnato quanto possa essere difficile e dolorosa la realtà
migratoria, ma spesso anche necessaria. Infatti, la mancanza di
interventi da parte dei Governi rende difficile trovare occasioni di
lavoro nel luogo natio e incrementare l’occupazione in aree
territorialmente inadatte, come lo era ed è il Bellunese, risulta
meno semplice che portare l’uomo dove c’è lavoro".