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2 giugno 2000

JACOPO FORONI: IL MUSICISTA VENETO CHE STUPI' LA SVEZIA

Pochi sanno che intorno alla metà dell'Ottocento un giovane veronese di Valeggio sul Mincio affascinò Stoccolma per il suo grande talento musicale, per la sua avvenenza e per il suo spirito di uomo libero.
Angelo Tajani ha saputo ricostruire la storia della breve ma appassionante vita di Jacopo Foroni, un artista veneto che riuscì a conquistarsi tanti ammiratori e amici in Svezia, un paese dove, come l'autore di questo racconto afferma, "lo straniero ancora oggi è guardato con circospezione".

A nord di Stoccolma, nei pressi del celebre ospedale Karolinska, in un luogo ameno e tranquillo, dai lunghi viali ombreggiati da maestosi aceri e querce secolari, pini e betulle contorte dalle gelide tormente di neve e prati verdi rasati a perfezione, è situato il cimitero monumentale della capitale svedese. Le pietre tombali di candido marmo e granito finemente levigato e a volte lavorate da abili mani di scultori e circondate dal verde dei prati, manifestano la semplicità del modo di vivere di questo popolo che da sempre ha aborrito ogni espressione barocca.

Gli anziani vi trascorrono intere giornate nei periodi in cui il clima lo consente, seduti sulle panche all’ombra degli abeti, dopo aver curato le aiuole, si dedicano alla lettura dei quotidiani o ai lavori a maglia.

Uno stuolo di bambini biondissimi, probabilmente allievi di una scuola materna, scorrazza spensieratamente nei viali sotto lo sguardo vigile di graziose fanciulle. Il cinguettio dei fringuelli e il canto dolce e struggente di un usignolo, caratterizzato dalla varietà eccezionale dei gorgheggi, l’apparizione improvvisa di un merlo, di un coniglietto selvatico e di un fagiano, suscita la loro curiosità e gli occhi, di un azzurro profondo, scrutano i movimenti degli animali senza arrecare loro alcun disturbo.

L'ambiente dei cimiteri svedesi è tale da consentire ai vivi di mantenere con i defunti un rapporto costante. L’ho scoperto durante una delle mie passeggiate nel Norra Kyrkogården di Stoccolma. Dopo aver ammirato il monumento spartano dedicato al celebre mecenate, Alfredo Nobel, mi sono addentrato nel cimitero cattolico. Accanto alla tomba di un principe Odescalchi ho notato una stele, sormontata da una lira. Vi era inciso un nome: Jacopo Foroni, deceduto a Stoccolma nella metà dell’Ottocento a soli 33 anni. Fui colpito principalmente dall’iscrizione al centro dell’austera lapide di marmo di Carrara che rivelava sia l’importanza del personaggio sia la stima che questi era stato in grado di guadagnarsi in terra svedese. C’era infatti scritto: "Artista semplice, straniero compianto".

La curiosità del giornalista era stata solleticata.

Una minuziosa ricerca negli archivi della capitale mi ha fornito tanto materiale da poter penetrare il personaggio e rivelare persino ai lettori più esigenti episodi della vita intima, il carattere, le vicissitudini che avevano caratterizzato la sua breve esistenza.

Jacopo Foroni, scoprii, nacque a Valeggio sul Mincio, in provincia di Verona, il 25 luglio 1825. Il padre, Domenico, valente compositore e maestro di canto, aveva coltivato nei suoi rampolli la passione per la musica. La sorella di Jacopo, Antonietta Foroni Conti, era stata una applaudita cantante lirica.

Il giovane Jacopo, dopo aver studiato giurisprudenza, aveva prestato servizio come ufficiale del genio nell’esercito austro-ungarico prima di prendere parte ai moti di Milano nel 1848 e combattere sulle barricate contro gli austriaci, nelle cui file aveva precedentemente militato.

La preparazione musicale, completata a Milano sotto la guida del maestro Mazzuccato, si era manifestata già idonea nel giovanissimo Jacopo, sia per quanto concerneva la composizione sia la direzione d’orchestra: non ancora ventenne, infatti, aveva diretto orchestre in Olanda, Belgio, Francia e Spagna.

Che Jacopo Foroni fosse un artista prodigio, malgrado la giovanissima età, lo dimostra un episodio riportato dal periodico del Regio Teatro dell’Opera di Stoccolma in una cronaca datata 1931 - 73 anni dopo la sua scomparsa - che scrive: "In sole dieci lezioni, il maestro Mazzuccato riuscì ad inculcare nell’allievo una bravura nella strumentazione rivelatasi successivamente di gran lunga superiore a quella del precettore stesso".

Nel marzo 1848 aveva avuto il privilegio di veder presentare al Teatro Regio di Milano la sua prima Opera intitolata "Margherita". Ma dopo il fallimento della rivolta meneghina, l’unica via di scampo per sottrarsi alle rappresaglie austriache, era l’esilio.

A 23 anni, nel 1848, otteneva infatti una scrittura dall’impresario lirico romano, Vincenzo Galli, in qualità di direttore d’orchestra per una tournée in Danimarca e Svezia. Della compagnia facevano parte il direttore d’orchestra Paolo Sperati di Venezia, i cantanti genovesi Giovanni Casanova e Angelo Penco, il baritono bolognese Luigi Della Santa e il tenore parmigiano Ettore Caggiati. L’arrivo della compagnia di Galli a Stoccolma coincideva con uno dei periodi più neri del tempo della lirica svedese. Gli italiani ottennero grande successo sulla scena del Teatro Minore, l’attuale Regio Teatro Drammatico, con Lucia di Lamermour, Lucrezia Borgia, Linda di Chamonix, Don Pasquale e l’Elisir d’Amore di Donizetti, Beatrice Tenda di Bellini, Il Barbiere di Siviglia di Rossini, Ernani e I Lombardi alla Prima Crociata di Verdi nonché Cristina (Regina) di Svezia, scritta da Foroni in onore della sovrana svedese. In due stagioni, autunno 1848 e primavera 1949, davano ben 82 rappresentazioni registrando il tutto esaurito mentre le poltrone del Regio Teatro dell’Opera restavano costantemente vuote. Era pertanto logico che il dinamico impresario teatrale e giornalista, Auguste Blanche, divenuto poi grande amico e ammiratore di Foroni, riuscisse a convincere la direzione del massimo teatro lirico del Paese a scritturare la compagnia Galli per assicurare al Regio Teatro dell’Opera quel successo che da anni mancava.

Il pubblico, in special modo quello femminile, era stato colpito dal giovane direttore d’orchestra. I suoi capelli di un nero corvino, i baffi e la barba folta, il volto pallido con tratti aristocratici, gli occhi scuri sempre pieni di lucentezza, indussero i cronisti dell’epoca a definire Jacopo un "esemplare di pura razza italica, esuberante, vitale e passionale. È un esule, un immigrato, ma non ha bisogno di arrangiarsi per sopravvivere poiché dotato di un patrimonio notevole: una buona istruzione estetica, un gran talento musicale e un enorme coraggio".

Tre anni dopo il suo arrivo a Stoccolma viene assunto per dirigere l’orchestra del Regio Teatro dell’Opera succedendo a Franz Bergwald, considerato il più grande musicista svedese di tutti i tempi. Un compito difficile che Foroni, definito il primo dissidente reduce dalle barricate che sia salito su un podio in Svezia, assolve brillantemente. Inizialmente l’ammiratore di Rossini, Donizetti e Verdi, si ribella alle preferenze dei nordici riservate ai compositori germanici, a Wagner, Mozart e Weber. Ma ben presto si adegua, comincia ad ambientarsi e ad accettare il gusto e i costumi del Paese che lo ospita: presenta un repertorio con musiche di compositori italiani e tedeschi e colma magistralmente alcuni difetti, dando nuovi impulsi all’orchestra svedese. Al principio è collerico e rumoroso, ma col passare del tempo si placa e stabilisce con gli orchestrali un rapporto di sincera amicizia, analogo a quello che in precedenza lo aveva legato ai compatrioti.

Sono stati pochi gli stranieri che in breve tempo hanno conquistato la stima di un così folto numero di svedesi e principalmente di tante donne dell’alta società, che letteralmente si contendevano le grazie del giovane musicista.

Jacopo Foroni viene descritto dai contemporanei come un personaggio che, quando ne aveva voglia, era seducente, affascinante, irresistibile: doti di cui faceva sfoggio quasi sempre. Come artista non apparteneva alla casta che sosteneva che, per essere una celebrità, bisognava saper cantare un’aria di Rossini oppure suonare un "Perpetuo mobile" di Paganini: le sue visioni erano probabilmente rivolte verso altri orizzonti.

Parlava spesso di avvenimenti di cronaca e di storia mondiale, del modo di vivere dei popoli delle altre Nazioni, dei progressi e degli sviluppi nel campo della libertà e dell’istruzione. Non passa infatti molto tempo e Foroni comincia ad interessarsi a ciò che accade in Svezia come se fosse la propria patria.

"Si ambienta e si adatta al punto che d’italiano - scrive un cronista dell’epoca - non gli resta che il nome, il lieve accento straniero e il colore scuro dei capelli e degli occhi. Nell’animo, man mano che il tempo passa, si considera sempre più svedese, si adegua alle abitudini, ai passatempi e alle aspettative degli autoctoni. Legge con attenzione tutti i quotidiani, da cima a fondo, discute su questione doganali e bancarie, spesso con maggior cognizione dei membri delle commissioni governative e non riesce a concepire l’assetto della rappresentanza parlamentare" (formata in quell’epoca esclusivamente da rappresentanti della nobiltà e del clero).

Non ci sarebbe da meravigliarsi se si scoprisse che Foroni era segretamente alleato con i membri del movimento che all’epoca, in Svezia, si batteva per la riforma del sistema elettorale, magari persino con quegli elementi che cospiravano per introdurre il diritto di voto.

In questo modo si comportava questo eccezionale straniero che in pochissimi anni era diventato il più ricercato e festeggiato ospite dei salotti culturali e mondani della capitale.

Come ho già detto, durante il periodo in cui Foroni faceva parte della compagnia di Vincenzo Galli, viene presentata a Stoccolma la sua opera Cristina (Regina) di Svezia, il cui libretto è dedicato ad una principessa, mentre la musica al Re Oscar I, il secondo sovrano della stirpe Bernadotte sul trono di Svezia, particolarmente affezionato alla città di Verona che aveva avuto modo di visitare nel 1822, quand’era ancora Principe Ereditario, partecipando al famoso Congresso Internazionale dei Capi di Stato che aveva avuto luogo nella città scaligera.

Nel libretto dell’opera, l’abdicazione della Regina, convertitasi al cattolicesimo e trasferitasi a Roma, è causata da un amore non corrisposto. Il testo viene paragonato dai critici a un’eco dei versi e del linguaggio fiorito e armonioso del Metastasio. La musica viene esaminata nei dettagli e definita: "un’impresa di un forte e geniale talento che ha molto imparato da Verdi e Mayerbeer e che si distingue per un lavoro d’alto valore artistico nelle forme chiuse."

Non si era sbagliato Mazzuccato quando, al momento della partenza dell’allievo per i Paesi Scandinavi, considerò tale esperienza come un'opportunità di rinnovamento, essendo del parere che l’opera italiana avrebbe potuto trovare impulsi anche oltre le Alpi. Sperava, insomma, che, grazie al suo eclettismo, Jacopo Foroni sarebbe stato in grado di assimilare anche la musica tedesca. D'altronde, la stessa critica svedese si stupì più di tanto del fenomeno. Sta di fatto che Foroni, dopo pochi anni di permanenza in Svezia, si era rivelato in grado d’interpretare i compositori germanici con l’identica sicurezza con cui soleva esprimersi nelle opere dei propri connazionali.

Nel 1850 compone una "Cantata Sinfonica" e organizza un gran numero di concerti vocali e strumentali all’Opera.

Nel 1851 torna a Milano, ove si ferma due anni, e in questo periodo scrive l’opera I Gladiatori.

In una lettera indirizzata all’amico tenore Svante Hedin di Stoccolma, datata 22 agosto 1853, Foroni esterna le sue preoccupazioni per l’epidemia di colera e per la guerra: due fenomeni che seminano il flagello in Europa. In questi due anni risiede a lungo a Valeggio sul Mincio con il vecchio genitore e, dopo il decesso del padre, avvenuto nel 1853, accetta l’incarico di direttore d’orchestra del Regio Teatro dell’Opera di Stoccolma.

Rientrato in Svezia, si dedica con rinnovato ardore alla composizione di musica sinfonica, di ouverture e alle esecuzioni musicali.

Viene eletto membro della Reale Accademia Musicale di Stoccolma e insignito dal Re Oscar I dell’Ordine di Vasa.

Nel 1858 scrive il suo ultimo lavoro: L’avvocato Pathelin, un’opera buffa la cui trama è imperniata sulle peripezie di un legale senza clienti e senza introiti ma dotato di un’incrollabile fiducia della propria astuzia e del proprio valore quando la necessità bussa alla porta. A caccia di un incarico, si trasferisce in Normandia con la moglie, una nipote e una fantesca, in una località ove non c’è un solo avvocato. E quando finalmente gli capita il primo cliente, egli è indisposto e la nipote s’innamora del primo avventore che varca la soglia dello studio legale: un giovane accusato ingiustamente di furto da un parente.

La trama è semplice e ben articolata e la farsa è a lieto fine poiché la nipote sposa il cliente e l’avvocato riesce ad inserirsi nella società locale.

La prima di quest’opera ha luogo pochi mesi dopo l’immatura e repentina dipartita di Jacopo Foroni che avviene l’8 settembre 1858.

Il giorno precedente, Auguste Blanche l’incontra per le strade di Stoccolma. "È pallido - racconta l’impresario giornalista - ma di buon umore. Non ha potuto essere presente alle prove con l’orchestra a causa di un fastidioso raffreddore."

Tra Blanche e Foroni si svolge un’affabile conversazione, fedelmente riportata nell’articolo che Blanche scrive in Illustrerad Tidning per annunciare l’improvvisa scomparsa dell’artista.

L’epidemia di colera, che già sette anni prima, durante il soggiorno in Italia, aveva suscitato in lui preoccupazioni, lo aveva stroncato inesorabilmente.

La sua scomparsa provocò un rimpianto indescrivibile tra la folta schiera di ammiratori e amici che l’artista veneto era riuscito a conquistare in Svezia: un paese ove lo straniero, ancora oggi, è guardato con circospezione.

"La notizia dell’improvvisa scomparsa di una personalità così nota e rispettata, - scrive Auguste Blanche - e per giunta nel fiore degli anni e in ottima salute, ha avuto l’effetto di un fulmine a ciel sereno. Il demonio del Gange, che ci ha rapinati di tante vite umane, ha fatto un’ulteriore vittima. Ma non è meglio morire lasciando agli amici e ai posteri un’immagine di mascolina bellezza, di voglia di vivere e di forza, prima che le chiome s’incanutiscano e la scintilla del genio cominci a perdere colpi, piuttosto che invecchiare lentamente e morire stanchi del mondo che probabilmente già da tempo si è stancato di noi?"

Venne organizzata una sottoscrizione per la stele, eretta poi nel cimitero di Stoccolma su disegno del professor Sholander, titolare della cattedra di architettura dell’Università di Uppsala. Alla cerimonia inaugurale partecipò il coro e l’orchestra dell’Opera al completo, eseguendo musiche di Beethoven, Haeffner e Randel e dalla cronaca dell’epoca apprendiamo che intervenne una moltitudine di amici e ammiratori, deponendo corone e fiori recisi sul tumulo.

In Italia, l’interesse per Jacopo Foroni quale compositore d’alto rango si destava soltanto nel 1878, venti anni dopo la morte, quando l’orchestra della Scala di Milano, tra il plauso generale, eseguì al Palazzo Trocadero a Parigi, in occasione dell’Esposizione Mondiale, la sua "Ouverture in Mi maggiore".

Angelo Tajani

 

 

Angelo Tajani ha già collaborato in passato con la nostra redazione e la sua proposta di pubblicare in "Veneti nel Mondo" anche questa interessante storia, frutto di una minuziosa e impegnativa ricerca, ci ha trovato non solo immediatamente disponibili, ma anche entusiasti. Grazie Angelo.

 

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