IL RICORDO DEL
TERREMOTO DI KOBE
La testimonianza di V. F., un vicentino trasferitosi in Giappone nel
1993 sul drammatico evento che ha colpito il Giappone alcuni anni
fa
Era
una fredda e scura mattina quella del 17 gennaio 1995. Alle 5.42' ero a letto nel
dormiveglia, quando un rumore di intensità crescente mi svegliò. Mi alzai dal letto e
guardai fuori dalla finestra: unonda di scintille e fiamme variopinte mi stava
venendo incontro velocemente. A provocarle erano i cavi elettrici che sbattevano
luno contro laltro. Improvvisamente la casa iniziò a muoversi con violenza,
emettendo un rumore assordante, mentre mobili e suppellettili cominciarono a cadere. Non
cercai nemmeno di capire cosa stava accadendo: pensai prima di tutto alla nostra bambina
di un anno, che dormiva accanto a me e mia moglie. Ma, dopo essere caduto, non riuscii ad
alzarmi in piedi, anche perché il movimento della casa cambiò dimprovviso. Il
sisma si fermò dopo 20 interminabili secondi. Distinto presi la bambina in braccio
e corsi fuori casa: faceva molto freddo e noi indossavamo solamente il pigiama. La strada
era striata da larghe crepe e in alcuni punti lasfalto si era sollevato. Dai tubi
spezzati dellacquedotto uscivano violenti getti d'acqua, mentre l'odore del metano
si faceva sempre più insopportabile.
Le scosse di assestamento iniziarono quasi subito: vedevo scintille provenire dai pali
della luce e per timore di unesplosione provocata dalla fuoriuscita del gas,
decidemmo di tornare in casa. La struttura tremava e veniva scossa in continuazione e ci
chiedevamo per quanto avrebbe potuto resistere, anche se sembrava aver retto bene al primo
terribile impatto. Mancava sia l'energia elettrica, che ci venne fornita solo più tardi,
sia il gas, il cui contatore ha un dispositivo automatico di chiusura che si attiva al 4°
grado della scala Richter. Inoltre, un'abitazione vicina si era piegata su un fianco
pericolosamente.
Furono le immagini della televisione a farci capire quale devastazione aveva causato il
grande terremoto di Kobe. I grattacieli di oltre 30 piani, durante la scossa più forte,
avevano oscillato paurosamente, scagliando nelle strade oggetti di ogni genere.
Langoscia
provocata dalle scosse di assestamento ci logorava di ora in ora: nei primi due mesi dopo
il sisma ne furono registrate circa duemila, fra le quali 135 del 5° grado. La nostra
casa in apparenza aveva retto bene, ma i marciapiedi circostanti e la rampa d'accesso
erano distrutti. I primi giorni eravamo praticamente isolati. Strade e cavalcavia erano
crollati o impraticabili, le linee ferroviarie inutilizzabili a causa dei binari divelti e
dei treni deragliati. Molti supermercati erano chiusi per i danni subiti e per la mancanza
di personale. Per acquistare i generi di prima necessità dovevamo fare lunghe file e
spesso gli alimenti erano esauriti. Un ponte aereo garantiva, giorno e notte, il trasporto
dei feriti dalle zone più colpite di Kobe e il rifornimento di medicinali. La
popolazione, nonostante la paura e i disagi, manteneva la pazienza e la gentilezza di
sempre. Non ho assistito a scene di panico nemmeno nei momenti peggiori. Il sisma causò
6.600 morti e decine di migliaia di feriti. Le abitazioni danneggiate e rimaste prive dei
servizi essenziali furono 850 mila.
Affrontando le strade congestionate dal traffico, mi decisi ad andare a vedere le
condizioni del nostro ufficio, situato in una città vicina a Kobe. La zona era stata
duramente colpita: centinaia gli edifici pericolanti o demoliti e anche la nostra
struttura era ridotta male. In un condominio confinante, un piano intermedio aveva ceduto,
provocando la morte di tutti i residenti. Ma non furono, purtroppo le sole vittime di quel
posto: nelle abitazioni crollate ovunque, furono soprattutto i bambini e gli anziani ad
avere la peggio. Andai a cercare una coppia di nostri amici che aveva un figlio di 2 anni.
Anche il loro condominio era crollato. Il marito era riuscito a salvarsi e ad estrarre il
figlioletto dalle macerie. Ma per il bambino era troppo tardi e, con il suo corpicino tra
le braccia, iniziò a cercare la moglie tra la confusione dei primi soccorsi. La trovò
distesa a terra, in un edificio vicino: nemmeno lei era riuscita a sopravvivere. Quando la
vide, disperato, con il bimbo in braccio scosse il suo corpo dicendo "il nostro
bambino è morto svegliati ...guarda".
Il 70 per cento delle vittime morì per soffocamento, il restante per lesioni vitali o
per il fuoco. Noi eravamo stati molto fortunati a salvarci, con la casa, tutto sommato, in
condizioni accettabili. Ma le abbandonati piogge che caddero i giorni successivi, resero
l'intera area a rischio di smottamenti. I vigili del fuoco ci ordinarono di abbandonare la
casa immediatamente. Ci trasferimmo in un appartamento di Osaka, da parenti, portando con
noi poche cose.
Osaka aveva subito danni insignificanti e la vita in quella città era normale. Cercai
un piccolo ufficio per poter riprendere il mio lavoro, ma la ricerca non diede frutto:
troppe, infatti, erano le aziende, dotate di disponibilità e mezzi ben superiori ai miei,
che cercavano a loro volta di ricollocarsi nelle zone non toccate dal terremoto.
Mentre la protezione
civile stava gradualmente organizzando i soccorsi e ripristinando le comunicazioni, ci fu
consentito di ritornare nella nostra abitazione. Mancavano ancora l'acqua e il gas, per
cui dovevamo usufruire dei servizi degli hotel aperti o dei bagni pubblici messi a
disposizione. Ogni ambiente pubblico, infatti, era diventato un dormitorio e nei campi
sportivi vennero allestiti gli alloggi prefabbricati di emergenza. E' facile
immaginare con quale sorpresa accolsi la convocazione dellufficio immigrazione di
Kobe, che mi chiamava per ultimare la pratica del permesso di soggiorno. Il ministero è
nel centro città, distante 15 chilometri dalla mia abitazione. Li percorsi tutti a piedi,
camminando fra le zone più colpite, dove vidi ogni sorta di devastazione, ma anche i
primi segnali della ripresa. Il ripristino delle vie di comunicazione procedeva a ritmo
febbrile, alte impalcature raggiungevano la sommità dei grattacieli per le riparazioni.
Vicino a ciò che restava di una casa distrutta dal fuoco era stata deposta una ciotola di
riso bianco con accanto i bastoncini e dei giocattoli. Si stava svolgendo unonoranza
funebre scintoista per un bambino morto bruciato: molte persone, fra le macerie,
piangevano silenziosamente.
Raggiunsi il ministero, dove il lavoro procedeva quasi come se nulla fosse successo e
mentre un'addetta allimmigrazione compilava i miei documenti, una forte scossa
investì ledifico e lottavo piano, dove io mi trovavo, iniziò ad ondeggiare e
oscillare. L'impiegata, aggrappata alla scrivania, senza scomporsi, completò il documento
e me lo consegnò con calma e gentilezza.
La macchina della protezione civile ormai funzionava a pieno ritmo e volontari giunsero
da tutto il Giappone. Per giorni si lavorò 24 ore su 24 e nonostante le difficoltà di
tutti i generi, autostrade e ferrovie vennero demolite e riparate in tempi brevi. Per
capire quali problemi bisognava superare, basti pensare che le autostrade, in Giappone,
sono sopraelevate ed attraversano le città e le linee ferroviarie corrono su centinaia di
ponti e viadotti.
Ma molte isole artificiali di Kobe, dove vi erano state insediate le principali
infrastrutture portuali e residenziali, avevano subito un processo di liquefazione: le
superfici erano diventate ondulate e ricoperte di fango, le gru erano crollate e
inutilizzabili. Le ripercussioni economiche e sociali furono enormi: nel solo porto di
Kobe, infatti, si svolgeva il 30 percento del traffico di container dell'intero Giappone.
I volontari venivano a trovarci a casa, portando alimenti e altri generi di prima
necessità. L'acqua potabile veniva fornita in sacchetti da appositi centri di
distribuzione e, dopo circa un mese, furono ripristinati i servizi igienici e il gas.
Limperatore Akihito venne in visita nelle aree terremotate. Senza clamore, con un
semplice abbigliamento, volle vedere le zone distrutte, i centri di raccolta dei senza
tetto e incontrare i volontari. Rimasi confuso dalla commozione che quella visita suscitò
tra la popolazione, poi capii quanto i giapponesi amassero il loro imperatore e lo
considerassero ancora la loro guida spirituale.