DALLE MONTAGNE
BELLUNESI ALL'OVEST AMERICANO
Don Lino Mottes ci racconta l'esperienza vissuta nello Utah, dove si è recato
il mese scorso assieme a un numeroso gruppo di agordini, sulle tracce dei loro
progenitori, che attraversarono l'oceano all'inizio del '900 per lavorare nelle miniere
americane
Lezioni di
preparazione al viaggio, escursioni tra cippi e vecchie miniere, rimpatriate.
Non è un'offerta turistica tra le più frequenti, ma certamente ha assicurato un
pellegrinaggio di grande interesse ai 56 veneti che, alla fine di agosto, si sono recati
nello Stato americano dello Utah per conoscere i loro "parenti lontani", i
discendenti di quegli uomini che partirono dai paesi dell'agordino nei primi anni del
1900, per lavorare nelle miniere di Kennekott.
E' stato Don Lino Mottes a guidarli lungo i viottoli del cimitero che, a pochi
chilometri da Salt Lake City, viene comunemente definito "degli agordini", e poi
tra gli archivi della congregazione dei mormoni del luogo, che in anni recenti hanno
ultimato studi approfonditi e un censimento sulla presenza veneta nella città durante il
periodo delle grandi ondate migratorie.
"Siamo partiti con molta curiosità e siamo ritornati con una enorme soddisfazione
- ci ha raccontato il parroco di Agordo -. Alcuni di noi hanno ritrovato parenti che non
avevano mai avuto occasione di conoscere personalmente, altri hanno potuto ricostruire il
percorso dei propri nonni e io stesso ho provato una grande emozione di fronte al cippo di
mio zio, Antonio Fadigà. L 'avevo visto solo in fotografia, ma ho sempre portato con me
un ricordo molto doloroso del giorno in cui la mia famiglia fu messa al corrente della sua
morte, nel 1938".
Anche Antonio Fadigà, come i numerosissimi Da Costa, Bedon, Santomaso e Gnech
ricordati dai cippi, lavorava in una delle miniere del rame, raggiunte dopo un viaggio
difficile che durava anche un mese. Qui gli emigrati veneti sudavano a contratto,
perforavano la roccia e contraevano il cancro o la silicosi, quando non morivano sul posto
per uno dei frequenti incidenti che spesso si verificavano.
Con le loro fatiche hanno riempito migliaia di carrelli di rame. I più ci hanno
rimesso la vita, qualcuno è riuscito a far fortuna. Tutti sono ricordati però nel museo
adiacente a quello che oggi è una grandiosa e ultramoderna miniera a cielo aperto.
"All'interno del museo - ci spiega ancora Don Lino - abbiamo assistito alla
proiezione di un filmato originale degli anni Venti, abbiamo consultato la documentazione
esistente e siamo ritornati in patria arricchiti da un'esperienza che si è conclusa, in
terra americana, con una festa all'insegna del gusto italiano sotto il tendone allestito
per noi dal viceconsole Giovanni Mascleno e dai nostri corregionali, ormai giunti alla
terza generazione".