8 settembre 2000

DALLE MONTAGNE BELLUNESI ALL'OVEST AMERICANO

Don Lino Mottes ci racconta l'esperienza vissuta nello Utah, dove si è recato il mese scorso assieme a un numeroso gruppo di agordini, sulle tracce dei loro progenitori, che attraversarono l'oceano all'inizio del '900 per lavorare nelle miniere americane

Lezioni di preparazione al viaggio, escursioni tra cippi e vecchie miniere, rimpatriate.

Non è un'offerta turistica tra le più frequenti, ma certamente ha assicurato un pellegrinaggio di grande interesse ai 56 veneti che, alla fine di agosto, si sono recati nello Stato americano dello Utah per conoscere i loro "parenti lontani", i discendenti di quegli uomini che partirono dai paesi dell'agordino nei primi anni del 1900, per lavorare nelle miniere di Kennekott.

E' stato Don Lino Mottes a guidarli lungo i viottoli del cimitero che, a pochi chilometri da Salt Lake City, viene comunemente definito "degli agordini", e poi tra gli archivi della congregazione dei mormoni del luogo, che in anni recenti hanno ultimato studi approfonditi e un censimento sulla presenza veneta nella città durante il periodo delle grandi ondate migratorie.

"Siamo partiti con molta curiosità e siamo ritornati con una enorme soddisfazione - ci ha raccontato il parroco di Agordo -. Alcuni di noi hanno ritrovato parenti che non avevano mai avuto occasione di conoscere personalmente, altri hanno potuto ricostruire il percorso dei propri nonni e io stesso ho provato una grande emozione di fronte al cippo di mio zio, Antonio Fadigà. L 'avevo visto solo in fotografia, ma ho sempre portato con me un ricordo molto doloroso del giorno in cui la mia famiglia fu messa al corrente della sua morte, nel 1938".

Anche Antonio Fadigà, come i numerosissimi Da Costa, Bedon, Santomaso e Gnech ricordati dai cippi, lavorava in una delle miniere del rame, raggiunte dopo un viaggio difficile che durava anche un mese. Qui gli emigrati veneti sudavano a contratto, perforavano la roccia e contraevano il cancro o la silicosi, quando non morivano sul posto per uno dei frequenti incidenti che spesso si verificavano.

Con le loro fatiche hanno riempito migliaia di carrelli di rame. I più ci hanno rimesso la vita, qualcuno è riuscito a far fortuna. Tutti sono ricordati però nel museo adiacente a quello che oggi è una grandiosa e ultramoderna miniera a cielo aperto.

"All'interno del museo - ci spiega ancora Don Lino - abbiamo assistito alla proiezione di un filmato originale degli anni Venti, abbiamo consultato la documentazione esistente e siamo ritornati in patria arricchiti da un'esperienza che si è conclusa, in terra americana, con una festa all'insegna del gusto italiano sotto il tendone allestito per noi dal viceconsole Giovanni Mascleno e dai nostri corregionali, ormai giunti alla terza generazione".

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