DALLA TERRA IL GRANO E DAL GRANO I
CAPPELLI
In questa interessante ricostruzione storica di Marco Crestani, riscopriamo un
antico mestiere ormai scomparso: la produzione di cappelli in paglia nell'Alto Vicentino

Fino all'ultimo dopoguerra una delle attività più importanti per i comuni dell'Alto
Vicentino fu senz'altro la manifattura dei cappelli in paglia ("gli abitanti ne
ritraggono una grande utilità", Agostino Dal Pozzo).
Questa manifattura fu introdotta nel corso del '600, quando si sostituì alla
"dimessa fabbrica dei panni". Vi sono diverse ipotesi concorrenti atte a
stabilire l'origine di questa vera e propria cultura lavorativa. Attenendoci alla
tradizione crediamo più veritiera quella che vuole quest'abile tecnica importata intorno
al 1640 da Nicolò Dal Sasso (1606?-1680?) chiamato anche Nicoletto Dallo
Stabile, di professione legnaiolo e originario di Lusiana nel vicentino.
E' avvincente la leggenda (o cronaca vera?) che viene raccontata a proposito di questo
personaggio così ricco di fascino. Si narra che Nicoletto amasse, ricambiato nel suo
affetto, Beppina, ma che il padre di lei e il rivale si opponessero caparbiamente alla
loro unione. Perciò i due innamorati tentarono la fuga. Tentarono, poiché tutti i loro
piani dovettero sfumare dopo un terribile e sanguinoso agguato combinato dai due
oppositori presso la Val Brutta di Santa Caterina di Lusiana. Beppina venne così
ricondotta a casa e Nicoletto fu costretto a darsi alla "macchia". Imbarcatosi
per mare, fu rapito dai pirati e successivamente liberato in un'isola del Levante dove
incontrò un vecchio e pio eremita che gli insegnò l'arte di fare la treccia di paglia e
con questa i cappelli.
Dopo circa un anno Nicoletto tornò in patria e "trovato per la morte del suo
rivale, cangiate in meglio le cose, coll'assenso del padre, sposa lieto e contento la
mantenutasi fedele sua Beppina" (G. Nalli). Fu così che iniziò, finalmente
accasatosi, ad introdurre nel suo paese quest'importante e redditizia attività. E poiché
da cosa nasce cosa, in breve tempo la novità si diffuse e soprattutto si capì come
poterne trarre dei profitti.
Il successo fu repentino e la tecnica venne col tempo affinata e migliorata. I cappelli
di paglia divennero uno dei prodotti principali di esportazione per questa zona dell'Alto
Vicentino e spesso ne venivano spediti interi pacchi addirittura in America, in Asia,
oppure in Africa. L'esportazione in paesi come la Francia, l'Inghilterra o la Germania fu
per un certo periodo normale e frequente.
Nacquero dei veri e propri maestri cappellai, degli esperti nel settore che venivano
chiamati con frequenza in varie parti d'Italia ad insegnare questa o quella tecnica.
Ai signori Giuseppe Meneghini di Vallonara e Francesco Cimberle di Bassano andò
rispettivamente il merito di aver inventato il modo di tingere in nero e di dare
lucentezza ai cappelli. Con questi accorgimenti si diede un'ulteriore spinta ad un
commercio di per sé già florido. Agostino Dal Pozzo, vissuto nel '700, scriveva allora
che i cappelli prodotti in questa zona "
non solo eguagliano, ma superano in
bellezza quelli di Firenze e di ogn'altra fabbrica".
I mercanti più conosciuti di quest'epoca furono i Cantele di Lusiana e lo stesso
Meneghini di Vallonara. Intorno al 1830 si cominciò ad usare il ferro da stiro e
dopo il 1850 si introdusse il processo di imbiancatura e della tintura chimica. Uomini,
donne e bambini passavano gran parte delle loro giornate, soprattutto d'inverno, ad
intrecciare paglie e, fino a poco tempo fa, non era difficile entrare in qualche stalla e
trovarvi qualcuno ancora intento in questa attività.
La fine dell'800 rappresentò un periodo di crisi che purtroppo era destinata a crescere e
ad espandersi col tempo.
L'emigrazione era oramai alle porte: nulla del resto si poteva fare contro la moderna
industria che avanzava. Rimasero i soli artigiani che poco o nulla potevano fare contro lo
strapotere della macchina. Il prodotto utilizzato per fare la treccia, chiamato
"fastugo", derivava da una varietà del grano da pane (triticum vulgare),
coltivato intensamente in terreni aridi e pietrosi come quelli dell'Altopiano. La semina
avveniva a marzo (di qui il nome di formento marzuolo) e la raccolta a luglio,
quando il grano cominciava a biancheggiare. Seguivano tutte le lavorazioni: il taglio
della spiga, l'esposizione al sole, il taglio del nodo (cuco, da cui l'espressione
scucare i fastughi), la divisione dei fastughi a seconda della grossezza, ecc.
Prima di cominciare il lavoro, i fastughi venivano messi in acqua perché non si
rompessero lavorandoli, e solo a questo punto si cominciava. Tanti erano i modi di fare la
dréssa: a sette fili, a spina semplice, a doppia spina, col
dente, a parata torta, a parata ritorta, con incassatura, ecc.
Anche i cappelli avevano nomi diversi: berne a sei giri, ad otto, ad undici,
sopramessi, a mezza volta, strapiccoli, capotte.
Chissà quanti di questi cappelli vicentini avranno superato le Alpi o attraversato
l'Oceano sulle teste di uomini e donne in cerca di miglior fortuna?
Marco Crestani