Mostre
Le Maschere delle Alpi tra vecchie e
nuove emigrazioni
La mostra itinerante sui carnevali arcaici delle
Dolomiti approda a Rivoli. Ed è ancora un inno alla vita
Dal 1988 ad oggi di strada ne ha fatta davvero
tanta. In tutti i sensi. Mostra itinerante per definizione, ha girato oramai un po’ in tutta
Italia, poi si è trasferita all’estero ed ora, a partire dal 14
dicembre e fino al 23 marzo, farà tappa a Rivoli (Torino),
meta, nel I e II dopoguerra, di una fitta migrazione che ha coinvolto
numerosi veneti.
Nel frattempo, si è via via arricchita di nuovi
apporti e di vari adeguamenti che hanno interessato, in particolar
modo, la parte scenografica. Così, oggi, "Maschere e Riti
dei Carnevali Dolomitici del Veneto" non solo è una
mostra che può essere ri-vista con la certezza di trovare qualcosa di
nuovo ma, soprattutto, risulta sempre più un’esposizione il cui
interesse storico, etnografico e simbolico viene confermato dalla
grande parata dei personaggi arcaici che, dai tempi dei tempi, hanno
segnato nelle montagne il ciclo del rinnovamento della vita.
Ideata e supportata dagli studi di Gianluigi
Secco (uno dei due Belumat), che fin dall’inizio ha
potuto però contare sull’importantissimo aiuto di numerosi
volontari, e organizzata dall’Associazione culturale internazionale
per la tutela e la diffusione delle culture locali Soraimar,
la mostra porterà dunque, nelle splendide sale da poco restaurate
della Casa del Conte Verde di
Rivoli, i suoi "Matazin" e i suoi "Laché", le
belle maschere degli sposi, dei medici e dei notai e, di contro, l’allegra
e blasfema compagnia dei brutti: pagliacci, diavoli e spazzacamini con
i loro campanacci. Tra questi, anche "l’òm selvàrech" (l’uomo
selvaggio), personaggio avvolto da un’aura sacrale e portatore di
una valenza propiziatoria.
"La simbologia e la struttura nei carnevali
arcaici, ma di fatto, in alcune aree montane, come ad esempio nel
Comelico, ancora vivi ed autentici – rileva Gianluigi Secco - sono
molto forti e sono funzionali all’augurio di un anno fertile. Il
significato propiziatorio originale coinvolgeva e impegnava l’intera
collettività".
Divisa, come la vita, nei cortei del bene
e del male, la collettività era infatti chiamata a
rappresentare le due tensioni, facendo un po’ da corollario alle
ricche maschere dei personaggi guida, quei Matazin ai quali era
accreditato addirittura un ruolo sciamanico. "I Matazin
esprimono autorità, potenza, bellezza, fertilità ed abbondanza
attraverso i loro indumenti, oggetti e comportamenti – spiega ancora
Secco, che ai Mata e ai
personaggi dei carnevali arcaici delle Dolomiti Venete ha dedicato il
suo ultimo libro -. L’abbigliamento è così sempre molto ricercato
e spesso impreziosito da specchi e pietre, pizzi, piume e da un
bastone, simbolo di fertilità, con cui toccare le donne desiderose di
avere un figlio. Hanno il compito di influire, con riti e magie,
sulla rigenerazione della natura e di simboleggiare, con la
processione dei morti che praticano con le altre maschere, il ritorno
alla vita".
Che "esplode" attraverso la musica
ed il ballo seguendo le note di strumenti antichi legati al
mondo pastorale: all’inizio le pive, poi i pifferi, a partire dal
1700 il violino e, nella seconda metà del 1800, la fisarmonica.
Tutti elementi, questi, che accanto a diverse
fotografie di famiglia contribuiscono a fare di Maschere e Riti un
"quadro dettagliato delle pratiche folcloriche dell’area
dolomitica" recuperando un concetto di "tradizione come
certezza patrimoniale morale" e, insieme, attivando un’importante
azione di tutela di una cultura alpina che, nella memoria e nei valori
di base della vita, ritrova la propria forza e la propria ragion d’essere.
Richiesta anche dal Messico, la mostra dovrebbe
approdare quanto prima (si sta attivando una ricerca di fondi per
poter trasportare in apposite casse il materiale) in Brasile, dove Soraimar
conta numerosi soci, e infine in Argentina.
Consuelo Terrin
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