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anno VI - n. 64 - dicembre 2002/gennaio 2003
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Mostre 

Le Maschere delle Alpi tra vecchie e nuove emigrazioni

La mostra itinerante sui carnevali arcaici delle Dolomiti approda a Rivoli. Ed è ancora un inno alla vita

immagine della locandina della mostraDal 1988 ad oggi di strada ne ha fatta davvero tanta. In tutti i sensi. Mostra itinerante per definizione, ha girato oramai un po’ in tutta Italia, poi si è trasferita all’estero ed ora, a partire dal 14 dicembre e fino al 23 marzo, farà tappa a Rivoli (Torino), meta, nel I e II dopoguerra, di una fitta migrazione che ha coinvolto numerosi veneti.
Nel frattempo, si è via via arricchita di nuovi apporti e di vari adeguamenti che hanno interessato, in particolar modo, la parte scenografica. Così, oggi, "Maschere e Riti dei Carnevali Dolomitici del Veneto" non solo è una mostra che può essere ri-vista con la certezza di trovare qualcosa di nuovo ma, soprattutto, risulta sempre più un’esposizione il cui interesse storico, etnografico e simbolico viene confermato dalla grande parata dei personaggi arcaici che, dai tempi dei tempi, hanno segnato nelle montagne il ciclo del rinnovamento della vita.

Ideata e supportata dagli studi di Gianluigi Secco (uno dei due Belumat), che fin dall’inizio ha potuto però contare sull’importantissimo aiuto di numerosi volontari, e organizzata dall’Associazione culturale internazionale per la tutela e la diffusione delle culture locali Soraimar, la mostra porterà dunque, nelle splendide sale da poco restaurate della Casa del Conte Verde di Rivoli, i suoi "Matazin" e i suoi "Laché", le belle maschere degli sposi, dei medici e dei notai e, di contro, l’allegra e blasfema compagnia dei brutti: pagliacci, diavoli e spazzacamini con i loro campanacci. Tra questi, anche "l’òm selvàrech" (l’uomo selvaggio), personaggio avvolto da un’aura sacrale e portatore di una valenza propiziatoria.

"La simbologia e la struttura nei carnevali arcaici, ma di fatto, in alcune aree montane, come ad esempio nel Comelico, ancora vivi ed autentici – rileva Gianluigi Secco - sono molto forti e sono funzionali all’augurio di un anno fertile. Il significato propiziatorio originale coinvolgeva e impegnava l’intera collettività".

un'immagine di vecchie maschereDivisa, come la vita, nei cortei del bene e del male, la collettività era infatti chiamata a rappresentare le due tensioni, facendo un po’ da corollario alle ricche maschere dei personaggi guida, quei Matazin ai quali era accreditato addirittura un ruolo sciamanico. "I Matazin esprimono autorità, potenza, bellezza, fertilità ed abbondanza attraverso i loro indumenti, oggetti e comportamenti – spiega ancora Secco, che ai Mata e ai personaggi dei carnevali arcaici delle Dolomiti Venete ha dedicato il suo ultimo libro -. L’abbigliamento è così sempre molto ricercato e spesso impreziosito da specchi e pietre, pizzi, piume e da un bastone, simbolo di fertilità, con cui toccare le donne desiderose di avere un figlio. Hanno il compito di influire, con riti e magie, sulla rigenerazione della natura e di simboleggiare, con la processione dei morti che praticano con le altre maschere, il ritorno alla vita".
Che "esplode" attraverso la musica ed il ballo seguendo le note di strumenti antichi legati al mondo pastorale: all’inizio le pive, poi i pifferi, a partire dal 1700 il violino e, nella seconda metà del 1800, la fisarmonica.

Tutti elementi, questi, che accanto a diverse fotografie di famiglia contribuiscono a fare di Maschere e Riti un "quadro dettagliato delle pratiche folcloriche dell’area dolomitica" recuperando un concetto di "tradizione come certezza patrimoniale morale" e, insieme, attivando un’importante azione di tutela di una cultura alpina che, nella memoria e nei valori di base della vita, ritrova la propria forza e la propria ragion d’essere.

Richiesta anche dal Messico, la mostra dovrebbe approdare quanto prima (si sta attivando una ricerca di fondi per poter trasportare in apposite casse il materiale) in Brasile, dove Soraimar conta numerosi soci, e infine in Argentina.

Consuelo Terrin

 


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