Il Veneto solidale di don Giuseppe Stoppiglia
Dai meninos de rua agli interventi di solidarietà nei paesi
africani: il fondatore dell’Associazione "Macondo" parla
della difficile situazione brasiliana e dei progetti a favore dei
poveri e dei più deboli
Don Giuseppe Stoppiglia è un Veneto nel mondo, un uomo che porta
con sé i valori antichi della sua terra, sopra tutti quello della
solidarietà per i più deboli e una grande forza e concretezza nell’agire
per la realizzazione di questo ideale. Innumerevoli sono le sue
attività, oltre all’azione a favore dei, i bambini di strada del
Brasile: è fondatore dell’Associazione "Macondo" (che ha
sede a Pove del Grappa, in provincia di Vicenza), della rivista "Madrugada"
e un ambito conferenziere. Un uomo, come si suol dire, dalla tempra d’acciaio,
forgiata negli anni, nelle fabbriche come giovane prete operaio e dal
costante impegno nella difesa dei più deboli.
Don Stoppiglia, quali sono le attività principali dell’associazione
"Macondo"?
Ci occupiamo di incontro e di scambio. Incontro con popoli,
comunità, gruppi e persone, soprattutto nelle aeree del pianeta
considerate povere oppure teatro di conflitti e di guerre. Scambio
inteso come costruzione di luoghi gratuiti di confronto, dando ad
ognuno la possibilità di celebrare le differenze, di sentirsi
accolti, comunicando la propria cultura, storia, fede religiosa, le
singole forme di ricerca e gli specifici modelli sociali e politici.
"Insieme per vivere" è il nostro slogan, forse la nostra
utopia. Probabilmente siamo dei sognatori, ma ci piace credere nell’uomo,
nell’umanità e nei rapporti umani.
Tentiamo di raggiungere i due obiettivi attraverso un processo
educativo: preparando viaggi conoscitivi per giovani e adulti nei vari
paesi del Sud America, Africa e Asia, con permanenze per periodi più
o meno lunghi, vivendo con le persone del posto e attivando ricerche
con l’ausilio di insegnanti locali.
Inoltre, promuoviamo in Italia conferenze e incontri con testimoni
della realtà di questi Paesi e iniziative rivolte soprattutto ai
giovani (incontri, campi scuola, corsi), ma anche agli adulti
(convegni, feste, seminari, conferenze, pubblicazioni).
E i contenuti di "Madrugada"?
La rivista trimestrale dell’Associazione propone delle
riflessioni sulle situazioni di sofferenza e di ingiustizia che
affliggono alcuni popoli e aree del pianeta e sulla necessità di
intervenire in loro aiuto. Si tratta di far conoscere realtà che i
mass-media trascurano o affrontano con troppa superficialità.
Proponiamo, inoltre, attraverso studi monografici, temi appartenenti
all’esistenza dell’uomo: vita interiore, religione, ambiente,
salute…
Ci sono infine delle rubriche fisse, attraverso le quali si tenta
di ascoltare e di scoprire la nostra epoca, il kairòs, il tempo che
passa. Un po’ come metterci di sentinella, perché, trascorsa la
notte, l’alba ci deve trovare svegli e pronti a partire.
In che cosa consiste la vostra attività in Brasile?
Ci occupiamo quasi esclusivamente dei "meninos de rua",
sostenendo tre grandi Associazioni (due brasiliane e una italiana) di
Rio de Janeiro. Quello dei bambini di strada è davvero un dramma, una
tragedia che si consuma in tutte le grandi città del Sud del mondo:
sono migliaia e vivono soli, abbandonati per le strade, le loro case
sono sotto i ponti, i marciapiedi, persino i tombini. L’obiettivo
principale è dare loro una casa dove dormire, sfamarli e quindi
iniziare un rapporto affettivo nuovo con l’adulto, attraverso la
scuola e il lavoro, il gioco e il vivere assieme. Quando sono tra loro
fanno festa, perché sentono che è arrivato un amico, una specie di
papà. Non avendo vissuto un rapporto affettivo stabile non capiscono
perché una persona che viene da tanto lontano possa voler loro bene.
Accettano anche le mie regole - andare a scuola, non rubare…- pur
di essere destinatari di affetto, accoglienza, cibo e casa. Certo, far
seguire loro un percorso educativo è difficile, a volte impossibile.
Sempre a favore dell’infanzia, in Brasile forniamo il nostro
aiuto, anche economico, ad asili e scuole per bambini che provengono
da famiglie povere e disagiate.
Qual è la situazione in Brasile, quali sono le possibilità di
sviluppo solidale del Paese? E quanto incide l’azione delle missioni
a supporto dei ceti più disagiati?
La situazione in Brasile è molto complessa, difficile da
analizzare con il metro che normalmente usiamo per le nostre società.
C’è un’elite, una piccola minoranza rispetto ai 170 milioni di
abitanti, un’aristocrazia economica e sociale forte e potente, che
detiene e controlla i sistemi produttivi (industria e agricoltura),
commerciali, i mezzi di comunicazione e di distribuzione dei servizi.
La grande maggioranza, invece, è povera, incapace di affrancarsi
dallo stato in cui vive, dalla miseria, dalle ingiustizie, dall’analfabetismo
e dall’assenza di formazione professionale. Questa ingiusta
distribuzione della ricchezza determina dei processi sociali che non
tengono conto della persona umana e allarga sempre più l’area della
sopravvivenza, della violenza e della corruzione.
Uno sviluppo solidale è l’obiettivo di molti movimenti popolari
e della stessa Chiesa Cattolica, da diversi anni collocatasi (anche se
non totalmente) in prima fila per la rivendicazione della dignità
umana e per la promozione di strutture di servizio (scuola, sanità,
lavoro...). L’ascesa di Lula, figlio di questi movimenti, alla
Presidenza della Repubblica, apre grandi speranze e dà garanzie che
alcune aspettative per una più equa distribuzione delle risorse
possano concretizzarsi.
Chi ha lavorato tra gli emarginati sa quanto sia duro, da sembrare
a volte impossibile, far aumentare il senso di autostima nei poveri. L’assenza
di fiducia in sé produce sfiducia anche tra le persone vicine e crea
ulteriori ostacoli alla crescita culturale, della solidarietà e della
partecipazione.
Gli interventi delle organizzazioni e soprattutto della Chiesa sono
indispensabili per promuovere l’azione delle forze positive e
creative presenti nella realtà brasiliana. Sono uno stimolo per
ravvivare la spinta al cambiamento e all’individuazione di percorsi
alternativi all’abbandono e all’emarginazione dei soggetti poveri.
Che rapporto c’è tra il Brasile e gli Stati Uniti?
Tra i due Paesi c’è un legame molto stretto di collaborazione e
di scambio politico, commerciale e militare. Il popolo brasiliano
però non manifesta grande simpatia per il modello americano, nel
senso che le radici culturali dell’America Latina sono molto diverse
da quelle Nord Americane, per motivi storici, culturali e religiosi.
Forse viene identificato il modello americano con la Banca Mondiale,
con il Fondo Monetario Internazionale, il WTO, cioè organismi
finanziari considerati causa dell’indebitamento del Paese e della
subalternità nei mercati americani.
L’ingerenza americana nei modelli di comportamento, nei programmi
televisivi, è inferiore forse a quanto avviene in Italia. Sono
piuttosto gli interessi delle multinazionali ad essere protetti,
multinazionali che spesso saccheggiano questo Paese ricco di risorse
naturali.
Come possiamo aiutare i ceti disagiati del Brasile?
Chi vuole aiutare i poveri, le persone emarginate, i bambini, penso
debba rendere innanzi tutto un’informazione corretta ed efficace nel
suo Paese. Quindi è opportuno collegarsi con gruppi, associazioni,
comunità, sindacati e chiese che agiscono nei Paesi poveri, lavorando
assieme a loro o contribuendo economicamente agli interventi più
urgenti, di assistenza primaria, ma anche a progetti educativi e di
cooperazione, a quelli finalizzati alla realizzazione di servizi e
alla creazione di strutture e realtà produttive (cooperative, piccole
imprese).
Quali sono i suoi prossimi impegni?
Avviare un progetto a Benquela, in Angola, rivolto ai "bambini
soldato"; realizzare una scuola e un ambulatorio in un villaggio
della Sierra Leone, nazione vessata da una grave guerra civile;
costruire un rapporto con alcune comunità e gruppi di giovani in
Albania, organizzando nella prossima estate un campo scuola di
italiani e albanesi in quel paese.
Ma la mia missione è soprattutto quella di far scoprire la
bellezza di essere sedotti da Cristo e trasmettere ai giovani la
speranza che è possibile un mondo migliore.
Sono convinto che il bene vincerà sul male: se anche tutti i fiori
venissero tagliati, nessuno potrà mai, comunque, fermare la
primavera.
intervista di