La letteratura d’emigrazione sta conoscendo un periodo d’oro.
La riscoperta degli italiani all’estero e delle loro alterne
vicissitudini, quasi dimenticate per oltre un secolo o tutt’al più
raccontate nelle pagine di voluminosi saggi e ricerche, oggi passa
soprattutto attraverso la narrativa che associa all'immagine
dell'emigrato italiano un nuovo elemento, il cibo.
E’, infatti, grazie al cibo che il fenomeno migratorio italiano
assume una valenza positiva e attraverso il quale è possibile
comprendere ancora più a fondo i legami affettivi con la famiglia
rimasta in Italia e la volontà di conservare anche oltreoceano
un'identità nazionale.
Alle "migrazioni umane" ben presto, infatti, si
affiancarono delle vere e proprie "migrazioni alimentari"
che contribuirono a gettare "affettivamente" un ponte tra
Vecchio e Nuovo Mondo.
Un ponte che ancora esiste visto che il cibo rappresenta una delle
ricchezze che l'esperienza migratoria italiana ha diffuso, dalla
ristorazione alla distribuzione dei prodotti alimentari "made in
Italy".
I giovani di terza e quarta generazione di emigrati avvertono la
stretta relazione tra identità storica e cibo e così la
"polenta" della mamma diventa rappresentazione dell’idea
di "casa". Seppur perfettamente integrati nelle nuove
società, e anche con scarsa conoscenza della lingua degli antenati,
essi si sentono fortemente "italiani" soprattutto a partire
dalla tradizione gastronomiche. Leonardo Comunian, oriundo veneto, in
una nostra intervista ha recentemente dichiarato "… io mi sento
figlio di padovani, con profonde radici italiane. Sono cresciuto
mangiando risi e bisi e polenta e osei, non potrei non sentirmi
veneto".
Nel 1998 nel libro "La famiglia Ballardin" l'autore
Leonir Dall’Alba racconta la storia dei suoi antenati emigrati da
Thiene (Vi), le difficoltà d’integrazione in terra brasiliana e il
vissuto quotidiano, in quella nuova casa al di là dell’oceano.
A proposito del cibo scriveva:
" Formai e salado, vin e pan, sempre. … Qualche olta tortei,
ciare olte gnochi. Riso, gnente, ogni morte de vèsco. Carne de vaca,
ogni tre misi, Galina, tute le domèneghe, Bacalà, tanti. Se saea
farlo ben, con laye, aio…. Ma el magnar de tuti i dì gera la
polenta, pena fata, o brustolada, o rostìa…"
Per quanto riguarda il vino, in Brasile la coltivazione sistematica
della vite è cominciata alla fine del XIX secolo per iniziativa di
immigranti provenienti da Vicenza e ben presto assunse importanza
anche sul piano culturale e simbolico: al termine dell’estate il
rito collettivo della vendemmia e della pigiatura costituiva un’occasione
importante per rafforzare la coesione del gruppo degli immigrati.
Oggi le regioni di Caxias, Flores da Cunha e Bento Gonçalves,
nello Stato brasiliano del Rio Grande do Sul, sono i principali centri
della produzione del vino, e da oltre 70 anni si tiene una Festa dell’Uva,
momento conviviale ma anche di rievocazione delle fatiche di quei
primi italiani che vi si insediarono.
Quando la nostalgia cresceva inesorabilmente, erano i sapori e i
profumi della propria terra a portare conforto e rimedio alla
sofferenza. Per gli emigrati mangiare i piatti della propria terra
contribuiva a sentirsi meno lontani da casa e l'attaccamento al cibo
era una naturale difesa contro perdita delle radici.
Per loro fortuna, comunque, non fu difficile mantenere le abitudini
culinarie perché nei paesi di accoglienza era usanza ritrovarsi in
gruppi mantenendo vive certe tradizioni che divennero nel tempo un
segno distintivo dell'italianità.
Il consumare assieme il cibo, quindi, contribuiva a rinsaldare il
rapporto tra l'individuo e il gruppo-etnico di appartenenza e
conseguentemente con un territorio, la sua storia, lingua e religione.
Le numerose feste che si svolgono annualmente nei Paesi di forte
immigrazione italiana (Brasile, Argentina, Canada, Stati Uniti)
propongono la nostra tipica cucina a base di spaghetti, pollo, polenta
e naturalmente buon vino.
L'interesse per questo genere di manifestazioni gastronomiche non
è, tuttavia, la diretta conseguenza del fenomeno migratorio, quanto
il tentativo delle ultime generazioni di sentirsi parte di una
collettività. Se l'identità, infatti, è legata alla memoria allora
i giovani oriundi stanno imparando che dentro il cibo italiano batte
il cuore di milioni di emigrati e che spremendo anche solo un chicco
d'uva si possono tirar fuori ricordi troppo a lungo dimenticati.
Non bisogna, tuttavia, pensare che il legame con l'Italia finisca
come al solito a "tarallucci e vino" perché la nostra
ristorazione all'estero viene proposta da una schiera di cuochi ed
esperti che negli ultimi anni hanno alimentato un flusso migratorio
altrettanto vitale a quello del secolo scorso. Di alcuni partiti dal
Veneto ne abbiamo anche raccontato l'esperienza, come Guido
Orben,
rinomatissimo chef in Giappone, o Mario
Novati, che insegna cucina
italiana in Canada.
Vero è che tutti i migranti, di ogni tempo e luogo, hanno la
tendenza a idealizzare la casa. Casa che si identifica innanzitutto
con la cucina, luogo d’elezione degli incontri, evocatrice di calde
immagini di cibo, di oggetti e di rituali domestici, elementi
fondamentali per sentirsi vicini alle persone care lasciate in patria.