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anno VI - n. 5 - giugno 2003
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Cultura

Il cibo, elemento di aggregazione della comunità italiana all'estero

L’emigrato italiano? Quasi sempre un contadino. Pochi centimetri di spago per chiudere una valigia di cartone: dentro un passaporto, qualche vestito e quel che restava di una vita di stenti da imbarcare su una delle tante navi in partenza verso la "Merica". Qualcuno, però, riusciva a infilarci anche della farina, un pezzo di salame, una bottiglia di vino. Sarebbero serviti per il lungo viaggio, ma soprattutto, al di là dei confini, avrebbero consentito di ricordare…

emigranti in partenza du una delle tante navi verso l'AmericaLa letteratura d’emigrazione sta conoscendo un periodo d’oro.
La riscoperta degli italiani all’estero e delle loro alterne vicissitudini, quasi dimenticate per oltre un secolo o tutt’al più raccontate nelle pagine di voluminosi saggi e ricerche, oggi passa soprattutto attraverso la narrativa che associa all'immagine dell'emigrato italiano un nuovo elemento, il cibo.

E’, infatti, grazie al cibo che il fenomeno migratorio italiano assume una valenza positiva e attraverso il quale è possibile comprendere ancora più a fondo i legami affettivi con la famiglia rimasta in Italia e la volontà di conservare anche oltreoceano un'identità nazionale.
Alle "migrazioni umane" ben presto, infatti, si affiancarono delle vere e proprie "migrazioni alimentari" che contribuirono a gettare "affettivamente" un ponte tra Vecchio e Nuovo Mondo.
Un ponte che ancora esiste visto che il cibo rappresenta una delle ricchezze che l'esperienza migratoria italiana ha diffuso, dalla ristorazione alla distribuzione dei prodotti alimentari "made in Italy".

I giovani di terza e quarta generazione di emigrati avvertono la stretta relazione tra identità storica e cibo e così la "polenta" della mamma diventa rappresentazione dell’idea di "casa". Seppur perfettamente integrati nelle nuove società, e anche con scarsa conoscenza della lingua degli antenati, essi si sentono fortemente "italiani" soprattutto a partire dalla tradizione gastronomiche. Leonardo Comunian, oriundo veneto, in una nostra intervista ha recentemente dichiarato "… io mi sento figlio di padovani, con profonde radici italiane. Sono cresciuto mangiando risi e bisi e polenta e osei, non potrei non sentirmi veneto".

Nel 1998 nel libro "La famiglia Ballardin" l'autore Leonir Dall’Alba racconta la storia dei suoi antenati emigrati da Thiene (Vi), le difficoltà d’integrazione in terra brasiliana e il vissuto quotidiano, in quella nuova casa al di là dell’oceano.

A proposito del cibo scriveva:

" Formai e salado, vin e pan, sempre. … Qualche olta tortei, ciare olte gnochi. Riso, gnente, ogni morte de vèsco. Carne de vaca, ogni tre misi, Galina, tute le domèneghe, Bacalà, tanti. Se saea farlo ben, con laye, aio…. Ma el magnar de tuti i dì gera la polenta, pena fata, o brustolada, o rostìa…"

Una delle numerose feste del vino che si tengono in BrasilePer quanto riguarda il vino, in Brasile la coltivazione sistematica della vite è cominciata alla fine del XIX secolo per iniziativa di immigranti provenienti da Vicenza e ben presto assunse importanza anche sul piano culturale e simbolico: al termine dell’estate il rito collettivo della vendemmia e della pigiatura costituiva un’occasione importante per rafforzare la coesione del gruppo degli immigrati.
Oggi le regioni di Caxias, Flores da Cunha e Bento Gonçalves, nello Stato brasiliano del Rio Grande do Sul, sono i principali centri della produzione del vino, e da oltre 70 anni si tiene una Festa dell’Uva, momento conviviale ma anche di rievocazione delle fatiche di quei primi italiani che vi si insediarono.
Quando la nostalgia cresceva inesorabilmente, erano i sapori e i profumi della propria terra a portare conforto e rimedio alla sofferenza. Per gli emigrati mangiare i piatti della propria terra contribuiva a sentirsi meno lontani da casa e l'attaccamento al cibo era una naturale difesa contro perdita delle radici.
Per loro fortuna, comunque, non fu difficile mantenere le abitudini culinarie perché nei paesi di accoglienza era usanza ritrovarsi in gruppi mantenendo vive certe tradizioni che divennero nel tempo un segno distintivo dell'italianità.

Il consumare assieme il cibo, quindi, contribuiva a rinsaldare il rapporto tra l'individuo e il gruppo-etnico di appartenenza e conseguentemente con un territorio, la sua storia, lingua e religione.
Le numerose feste che si svolgono annualmente nei Paesi di forte immigrazione italiana (Brasile, Argentina, Canada, Stati Uniti) propongono la nostra tipica cucina a base di spaghetti, pollo, polenta e naturalmente buon vino.

L'interesse per questo genere di manifestazioni gastronomiche non è, tuttavia, la diretta conseguenza del fenomeno migratorio, quanto il tentativo delle ultime generazioni di sentirsi parte di una collettività. Se l'identità, infatti, è legata alla memoria allora i giovani oriundi stanno imparando che dentro il cibo italiano batte il cuore di milioni di emigrati e che spremendo anche solo un chicco d'uva si possono tirar fuori ricordi troppo a lungo dimenticati.

Non bisogna, tuttavia, pensare che il legame con l'Italia finisca come al solito a "tarallucci e vino" perché la nostra ristorazione all'estero viene proposta da una schiera di cuochi ed esperti che negli ultimi anni hanno alimentato un flusso migratorio altrettanto vitale a quello del secolo scorso. Di alcuni partiti dal Veneto ne abbiamo anche raccontato l'esperienza, come Guido Orben, rinomatissimo chef in Giappone, o Mario Novati, che insegna cucina italiana in Canada.

Vero è che tutti i migranti, di ogni tempo e luogo, hanno la tendenza a idealizzare la casa. Casa che si identifica innanzitutto con la cucina, luogo d’elezione degli incontri, evocatrice di calde immagini di cibo, di oggetti e di rituali domestici, elementi fondamentali per sentirsi vicini alle persone care lasciate in patria.

 


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