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Mostre
Da inanimati oggetti della memoria a vitali opere d’arte
Si è tenuta il mese scorso a Vicenza la mostra “Forbiche. Tagliare per unire” di Tiziano Fabris, artista veneto-argentino che non si sente emigrato
Vicenza ha ospitato lo scorso marzo una originale mostra intitolata “Forbiche. Tagliare per unire”. L’autore è Tiziano
Fabris (nella foto a destra), nato a Roana, sull’Altopiano di Asiago in provincia di Vicenza, discendente di emigranti che abbandonarono il loro paese per cercare fortuna in Argentina. Il primo a lasciare le montagne vicentine fu il nonno, nel 1932, poi lo seguirono nel 1948, compiuti i diciotto anni, i due figli: Cirillo, padre di Tiziano, e Nicola, che non vedevano il padre da quanto erano piccoli. Ma una volta arrivati in Argentina, dove iniziarono a lavorare nel settore dell’edilizia, il papà decise di tornare sull’Altopiano, dov’era rimasta la moglie. Nel 1964 anche Cirillo rientra in Italia per trovare la compagna della sua vita: incontra Agnese, si sposa, nasce Tiziano e torna in Argentina per lavorare, aspettando di essere raggiunto dalla sua famiglia.
La storia di Tiziano è un continuo andirivieni fra il nostro Paese e quello sudamericano. Attraversa per la prima volta l’oceano all’età di quattro mesi. In Argentina cresce in un ambiente caratterizzato fortemente dalle tradizioni e dagli usi e costumi vicentini, ma entra in contatto molto presto, attraverso la scuola e le amicizie, con la realtà e le abitudini locali. Ancora oggi la sua vita si svolge tra Vicenza e Buenos Aires, ma, come egli stesso precisa, con la differenza rispetto al nonno e ai genitori, di poter fortunatamente scegliere.
“Io mi sento a casa - spiega - a Vicenza come a Buenos Aires e per quanto riguarda la lingua, gli usi e i costumi, appartengo sia all’Italia sia all’Argentina. In casa si parlava il dialetto vicentino, mia mamma cucinava i piatti tipici della sua terra di origine e i miei genitori hanno mantenuto le usanze venete. Mi hanno iscritto a una scuola italiana a Buenos Aires: qui ho imparato l’italiano e lo spagnolo, mentre quando giocavo in strada con gli altri bambini, parlavo il dialetto sudamericano. Ho vissuto “a cavallo” dei due Paesi, seguendo l’evoluzione delle rispettive collettività e cogliendo i cambiamenti dell’una e l’altra parte. Poi, il fatto di aver intrapreso una carriera artistica mi ha permesso di raccogliere tutti questi influssi, di riunirli ed esprimerli liberamente, creando una sorta di incontro e di fusione di diverse espressioni”.
Proprio da questa storia, figlia dell’emigrazione del secolo scorso, sono nate le opere di Fabris esposte in “Forbiche”, presentate prima ancora che a Vicenza a Buenos Aires.
Ma, come ci tiene a sottolineare l’autore, si tratta di “una mostra di arte contemporanea, non sull’emigrazione”. Le opere sono state create assemblando il materiale dei ricordi degli emigranti vicentini e la finalità dell’artista è quella di dare nuova vita, attraverso forme diverse e nuove espressioni, alle foto, ai vestiti, a tutto ciò che gli è stato affidato da queste persone.
“Il lavoro è iniziato poco più di un anno fa – spiega Fabris -, insieme all’utilizzo di una nuova tecnica proprio per la creazione di queste opere. I vicentini di Buenos Aires, che conoscevo e con cui sono entrato in contatto anche tramite i loro Circoli, mi hanno affidato una serie di ricordi, di pezzi di abiti, di vestiario, di materiale legato alla loro terra d’origine, qualcosa che tenevano e contemplavano come una reliquia e che suscitava in loro malinconia e tristezza. Non provando quegli stessi sentimenti, ma con la responsabilità di chi è consapevole di aver ricevuto qualcosa di molto prezioso, ho messo insieme il tutto. Ho tagliato gli abiti, il cotone, il lino e creatio, utilizzando la tecnica americana della produzione della carta, una materia da lavorare in cui a sprazzi compaiono pezzi di foto, di un vestito, di un colletto o di qualcosa di particolarmente significativo”.
E nelle opere di Tiziano Fabris si ritrovano ‘pezzi’ di storie di molti emigranti, come quella di Anna Fabris, partita da Caldogno nel 1950 con i genitori e i fratelli, che ha offerto un pezzo di lenzuolo, o di Renata Zencherle, che ha affidato all’arte la foto della casa in cui era nata a Schio.
Una tecnica resa possibile proprio dal diverso coinvolgimento e approccio culturale, dal distacco di chi non si sente un emigrante: “Quando sono in Argentina – racconta Fabris - non vedo l’Italia con gli stessi occhi di chi emigrò molto tempo fa. E allo stesso modo, quando mi trovo in Italia, i nostri connazionali che abitano in Sudamerica non li immagino ritratti in vecchie foto. Insomma, non sento la nostalgia tipica di chi ha dovuto abbandonare il suo paese per cercare lavoro. Proprio per questo ho potuto manipolare i materiali raccolti trasformandoli da vecchi e statici ricordi in qualcosa di vivo e di vitale. Le persone che generosamente mi hanno affidato le loro cose probabilmente si sono rese conto che tali oggetti della memoria non sarebbero sopravvissuti per molto tempo ancora e quindi hanno preferito destinarli a nuova vita, attraverso una forma espressiva nuova e diversa”.
“Assisto a ciò che provano i miei genitori – aggiunge Fabris -, al desiderio di venire in Italia quando sono in Argentina e di voler tornare in Sudamerica quando sono in Italia. Per me, invece, è diverso, probabilmente perché sono un cittadino di entrambi i paesi ed ho potuto arricchirmi culturalmente proprio dalla loro diversità”.
“Quello che mi ha dato maggiore soddisfazione – conclude Tiziano Fabris – è stato vedere come hanno reagito le persone che mi avevano dato i loro oggetti, la loro emozione e soddisfazione quando hanno visto le opere finite. Ho voluto incontrarli tutti, ho voluto che ci riunissimo ed ho capito che per loro è stato un modo di far rivivere nel presente le loro memorie”.
Sabrina Nicoli
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