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anno VIII - n. 5 - maggio 2004
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Personaggi

Dalla laguna agli schermi di tutto il mondo: le colonne sonore di Pino Donaggio 

Dal palcoscenico del Festival di Sanremo alla composizione di colonne sonore per film di successo: l’artista veneziano si racconta in questa intervista e ripercorre la sua carriera 

Pino Donaggio nel suo studioPino Donaggio, nato a Burano il 24 novembre 1941, dice che dalla famiglia ha ereditato due grandi passioni, la musica e la pesca. Ma mentre quest’ultima è rimasta un semplice hobby, l’altra si è trasformata in professione, anzi in tre carriere di successo: di interprete classico, di cantautore di musica leggera e di compositore cinematografico.
A dieci anni inizia a studiare violino, prima al Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia, poi al Verdi di Milano; si esibisce alla radio come solista in un Concerto di Vivaldi, successivamente con i Solisti Veneti e i Solisti di Milano. La prima svolta della sua carriera arriva nell’estate del 1959 con la scoperta del rock and roll. Durante una vacanza si esibisce in un brano di Paul Anka, ha successo e comincia a scrivere qualche canzone. Nel 1961 partecipa al Festival di Sanremo: “Se Mina avesse cantato il mio brano, Come sinfonia, probabilmente io non sarei mai salito su un palcoscenico, sarei rimasto dietro le quinte a scrivere musica per altri interpreti, ma il destino volle che Mina si fosse già accordata con altri e così sotto i riflettori dovetti andarci io”.
Seguono altre partecipazioni al Festival e altri pezzi di successo. Tra questi l’indimenticabile Io che non vivo, una delle canzoni più celebri ed eseguite di ogni epoca. La carriera di cantautore di Donaggio prosegue fino a metà degli anni ’70 quando, quasi per caso, avviene la seconda svolta.

Come avvenne l’incontro con il mondo del cinema?
La conclusione della carriera di cantautore non fu così traumatica, anzi per qualche tempo riuscii persino a conciliarla con quella nuova di compositore di colonne sonore. Il mio debutto nella musica da film avvenne nel 1973, in maniera abbastanza casuale, con la composizione della colonna sonora di "A Venezia un dicembre rosso shocking", un thriller parapsicologico di Nicholas Roeg con Donald Sutherland, ambientato in una Venezia invernale e cupa. Il tutto è legato ad un aneddoto curioso, riportato ormai da molti giornalisti. Stavo rientrando a casa in vaporetto dopo un concerto. A bordo c’era anche Ugo Mariotti, uno dei produttori della pellicola che si stava girando proprio in quei giorni, il quale, sicuramente influenzato dal tema inquietante del film, mi disse di aver avuto una “visione mistica” in cui gli era stato predetto che sarei stato io a comporne la musica. A raccontarla non ci si crede, ma andò proprio così. Fui contattato anche dagli altri produttori che mi commissionarono un pezzo di prova, il tema d’amore. Andò bene e nacque così la mia prima colonna sonora, considerata dalla rivista “Films and Filming” la migliore dell’anno. 

Quanto conta la musica per il successo di un film?
La musica nel cinema ha un ruolo importante, ma non bisogna dimenticare che gli spettatori non vanno nelle sale per ascoltare un'opera musicale, ma per assistere alla proiezione di un film. Contribuisce in modo determinante ad accrescere e prolungare l'emozione suscitata da certe scene, ma nello stesso tempo deve essere quasi inavvertibile. E' più facile, infatti, notare la sua assenza che non la sua presenza. Per questa ragione, la musica da film è qualcosa di assolutamente "diverso", essendo al completo servizio dell'immagine. 
Dopo il successo di Carrie, Brian De Palma mi chiese di scrivere la musica per Fury, ma la “20th Century Fox”, impressionata dall’enorme successo di film e colonne sonore come “Guerre Stellari” e “Incontri ravvicinati”, voleva un compositore di grido come John Williams e così Brian fu costretto a cedere. La musica di Williams era bellissima e Brian ne fu catturato, ma più tardi mi confidò che io a Carrie avevo reso un servizio migliore. Questo è stato uno dei più grossi complimenti che abbia mai ricevuto nella mia carriera. Io cerco di essere utile al film, di sostenerlo con la mia musica e non cerco mai di anteporre la seconda al primo.

Come nasce una colonna sonora?
Qui in Italia il lavoro inizia quando il film è praticamente terminato, anche se già si conosce il soggetto. E’ a questo punto che, insieme al regista, vengono scelte le sequenze per le quali il commento musicale è necessario. Ci sono però alcune eccezioni. A volte la musica è composta prima, quando è parte dell’azione o diventa elemento ambientale indispensabile: ad esempio una festa da ballo, come per Up at the Villa, con Sean Pean, dove la scena iniziale si apre con una festa e la musica è un fox trott. Oppure quando la musica di fondo non fa parte della vicenda, ma sostiene con la sua presenza invisibile i momenti drammatici, è il caso di Pontormo. Il regista Giovanni Fago ha ritenuto che fosse composta prima così da essere messa come sottofondo mentre gli attori recitavano, per la loro ispirazione. In America funziona diversamente: De Palma, ad esempio, mi manda prima il copione. 

Che differenza c’è tra lo scrivere musica per il grande schermo e per la televisione?
L’impegno chiaramente non cambia, il metodo di lavoro sì. Per i film la musica viene scritta pezzo per pezzo ed è decisa assieme al regista in conformità alla tempistica delle scene, bisogna tener conto esattamente dei "metraggi", ossia dei tempi per ogni sequenza. Soprattutto nei thriller è necessario prestare particolare attenzione al susseguirsi delle immagini e al variare dei dialoghi nelle situazioni drammatiche: solo così la musica può raggiungere gli effetti desiderati. Per la tv, invece, mi capita di scrivere la partitura senza vedere le immagini, conoscendo solo il copione. C’è un blocco unico di musica, che il music editor, figura che sta cominciando a sorgere anche qui in Italia, monterà sulle scene. Per i serial televisivi si è quindi più liberi di comporre; naturalmente se sto lavorando per la seconda, terza serie di uno sceneggiato , il materiale tematico sarà quello della prima… penso ad esempio a Don Matteo, in onda sulle reti Rai. Lo “svantaggio” è sicuramente la minore importanza che si attribuisce ai telefilm rispetto ad una produzione cinematografica: un film rimane nello spettatore molto di più di un tv-movie o un serial. Sono convinto, comunque, che si possa fare cinematograficamente anche la televisione, come con Augustus - la recente superproduzione Rai per la regia di Roger Young - che considero uno dei progetti migliori e più impegnativi portati a termine fino ad oggi e dove ho seguito un metodo tutto cinematografico, la musica scritta pezzo per pezzo. 

C’è un film per il quale avrebbe voluto scrivere la colonna sonora?
Fui contatto per comporre la colonna sonora di Mission. Mi si richiedeva un importante impiego dei violini, strumento che amo e conosco fin dai tempi del Conservatorio. In seguito, però, i produttori diedero l’incarico a Morricone, memori del suo indimenticabile lavoro per C’era una volta in America. Quel progetto mi sarebbe davvero piaciuto, perché in film come questi, dove la musica ha un ampio spazio, è più facile… farsi sentire. 

Lei ha lavorato con registi come De Palma, Joe Dante, Josè Maria Sanchez, Dino Risi, Dario Argento, i fratelli Vanzina e il “venezianissimo” Tinto Brass. Con chi si è trovato meglio?
Sono ottimi registi e autori decisamente diversi fra loro. E’ stato bello lavorarci assieme. Forse con De Palma c’è più complicità: io e Brian abbiamo lo stesso modo di sentire la musica e affiancarla alle immagini. Buono è stato il rapporto anche con Joe Dante, molto meticoloso, e con Sanchez. Soddisfazione mi hanno dato le colonne sonore di Trauma e Due occhi diabolici, composte per Dario Argento, persona un po’ introversa e timida, ma capace di offrire grandi stimoli nel lavoro. Tinto, poi, è un personaggio, ci conosciamo da tempo. Trovavo che Così fan tutte fosse una commedia osè più che un film erotico e quindi mi consentì alcuni riferimenti classici. 

C’ è più cinema o più televisione nel suo futuro?
Più cinema credo, anche se sto leggendo alcuni copioni per la televisione, come l’ultima serie di Sospetti. Inoltre, riprenderà, dopo una pausa di quasi dieci anni, la collaborazione con De Palma. Il film dovrebbe intitolarsi The toyer, un thriller ambientato a Venezia durante il Carnevale.

Un’ultima domanda: pensa che la sua vita sarebbe cambiata se dopo il successo di “Carrie” fosse rimasto in America?
Penso di sì, forse lavorerei ancora di più e soprattutto per il cinema, ma non ho rimpianti. Allora non me la sentii di trasferirmi con mia moglie e i bimbi ancora piccoli. E poi mi mancava la mia Venezia. Qui, quando non trovo l’ispirazione, faccio una passeggiata, chiacchiero con la gente, vado a trovare mia figlia Elisabetta alla galleria d’arte e… le idee arrivano subito.

Beatrice Bacinello


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