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Personaggi
Un veneziano con la passione della
“chanson” francese
Intervista a Roberto Nardin, un architetto che ha cominciato una nuova carriera artistica dopo aver assistito vent’anni fa a un recital di Léo Ferré
Il veneziano Roberto Nardin è un personaggio anomalo nel panorama della canzone. I motivi di fondo sono due: il primo riguarda il lavoro. Nardin infatti è architetto e lavora per la Sovrintendenza dei beni architettonici e ambientali; il secondo per la canzone appunto, perché in lui c’è la vena del tipico chansonnier francese. Un insieme di recitazione e di canzone che dà più spessore al testo e alla melodia interpretati.
Roberto Nardin, è un appassionato cultore e interprete della canzone francese soprattutto quella del periodo del secondo dopoguerra. Allora a Parigi (in particolare a Saint-Germain-dès-Prés) fiorivano le caves e i bistrots (locali che stavano fra l’osteria e il night club) dove si affollavano intellettuali e musicisti per intrecciare discussioni sulla validità della poesia, l’importanza della musica e, naturalmente, la filosofia e la politica. In quel periodo, che venne definito esistenzialista, nome che ogni tanto ricorre nelle cronache, caratterizzato da una “musa” vestita di nero, Juliette Grèco, i più bei nomi dell’intellighenzia parigina si facevano vanto di frequentare quei locali. C’erano Jean-Paul Sartre, Raymond Queneau, Boris Vian e altri per discutere e cantanti come la Gréco,
Brassens, Mouloudjii e Léo Ferré per far conoscere ai frequentatori canzoni, spesso nate da testi scritti dagli intellettuali presenti. Fra questi interpreti spiccava Ferré, già scrittore, musicista e infine interprete di sé stesso, l’artista che maggiormente ha lasciato un segno nel vasto mondo musicale francese.
Questa introduzione per meglio definire il mondo cui si ispira Roberto Nardin nella sua attività artistica.
“Il mio idolo è Léo Ferré – dice Nardin – che ho scoperto in occasione di un suo recital a Venezia, al Teatro Goldoni, più di vent’anni fa. E’ stata una rivelazione: i suoi testi, che a dire la verità ancora non capivo completamente, la sua gestualità sul palcoscenico, le musiche, mi fecero entrare in un mondo nuovo e affascinante per la varietà di spunti che suggeriva: il romanticismo dell’arte, il teatro, la denuncia sociale, la poesia, erano momenti che in Italia venivano raramente proposti. Luigi Tenco e Fabrizio De Andrè erano tra i pochi ad ispirarsi alla scuola francese…”
Architetto, ma quando ha cominciato questa sua carriera alternativa al lavoro?
Premetto che fin da piccolo ero appassionato dal canto. Poi, crescendo, ho fatto del teatro (testi di Goldoni e altri), ma tutto a livello dilettantesco finché non sono andato a quel concerto di Ferré. Uscito dal teatro, mi sono sentito trasportato in un altro mondo. E ho deciso di scoprirlo e di farlo conoscere. Ma c’erano due ostacoli: la lingua e il canto.
E allora?
Ho cercato di imparare il francese (lingua che a scuola non avevo studiato), andando a frequentare dei corsi a Parigi. Quando mi sono sentito abbastanza pronto ho cominciato a tradurre testi originali francesi. Ma si trattava di una versione letterale, non certo poetica. E poi il canto: sono andato da un maestro di canto per imparare, con fatica, pazienza e molta determinazione.
Mi pare di capire che lei ha una natura da perfezionista?
Certo. Io parto dall’idea che se vuoi fare una cosa sul serio devi farla bene. Ancor oggi, a distanza di anni, prima di ogni spettacolo vado dal maestro di canto per “darmi una regolata” e se ho dei dubbi sulla pronuncia di certe parole, telefono alla mia insegnate di francese, con la quale ho mantenuto buoni rapporti.
E poi?
A un certo momento, cercavo un libro scritto da Ferré, ormai però fuori catalogo. In libreria mi hanno dato il numero di telefono dell’editore. Con mia sorpresa dall’altro capo del filo mi ha risposto la moglie di Ferré (il musicista e scrittore francese viveva ormai in Italia dove è morto nel 1993 in Toscana). Così siamo diventati amici e ho potuto conoscere altri appassionati dell’artista. Un po’ alla volta, mi sono “impadronito” del personaggio e ho aumentato la mia conoscenza del periodo esistenzialista parigino e di tutti i suoi protagonisti.
Passiamo agli spettacoli. Dove si esibito?
Ho cominciato “professionalmente” nel 1995, naturalmente a Venezia, con “Saint-Germain-dès-Près e dintorni”, replicato a Padova l’anno seguente e poi ancora a Venezia. Era un racconto scenico con poesie e canzoni esistenzialiste e immagini in bianco e nero. Un assaggio di quello che sarebbe venuto dopo. Sempre a Venezia ho presentato il recital “Omaggio a Léo Ferré poeta e musicista”. E nel 2002 lo stesso recital l’ho tenuto a Villa Pisani di Stra. Finché ho coronato il mio sogno: al Petit Tèatre de Naples di Parigi, sempre nel 2002, ho fatto due serate con una specialista francese di Ferré, la cantante Françoise Monnet, accompagnati da un pianista parigino Genc Tukiqi. Non starebbe a me dirlo, ma si è trattato di un vero successo!
Una vita all’insegna di Lèo Ferré…
Può dirlo. Un mondo affascinante, ricco di contenuti e di musica. Tenga presente che Ferrè, oltre ad essere chansonnier, è stato scrittore, poeta, compositore nonché direttore d’orchestra. Un artista completo, quale altri non si ritrovano.
Proseguendo nel suo curriculum, cosa troviamo?
Lo spettacolo “Léo Ferré, una vita d’artista” concerto-evento del 2003 nel decennale della morte, andato in scena a Villa Pisani, presenti vari cantanti appassionati di Ferrè come i Chantango di Padova, la vicentina Raffaella Benetti, squisita interprete di Barbara (altra grande cantante dimenticata) , Gigliola Cinquetti e molti altri; lo stesso concerto è stato ripetuto al Teatro Romano di Verona, poi al Teatro Careni di Pieve di Soligo e all’Eden di Treviso (con la partecipazione del soprano Cecilia Gasdia), sempre nel 2003. In seguito, al Quartiere Latino (e dove sennò?) di Conegliano ho tenuto un recital di canzoni francesi (da Prévert a Ferré) accompagnato dal pianista parigino Tukiqi. A Venezia altri due recital, uno sulla canzone francese e i poeti, l’altro –all’auditorium Santa Margherita – dal titolo “Poesia in musica, canzoni poetiche da Prèvert a Ferré, a Tenco” con l’introduzione critica dell’esperto Enrico De Angelis, questo nell’aprile scorso.
In programma ?
Sono tornato da poco da Parigi. Ho tenuto un recital ancora al Quartiere Latino di Conegliano e ho nel futuro l’idea di un concerto, sempre a Parigi, insieme a una franco-nipponica che ho conosciuto durante le mie visite nella capitale francese.
Come concilia il lavoro con queste sue attività?
Il lavoro che svolgo mi piace. Quanto alla canzone francese, la sera mi dedico alla canzone e a Léo Ferré, tralasciando ogni altra attività. Ricorda quello che le ho detto? Se vuoi fare a cosa seria devi farla per bene. Allora, bisogna dimenticare tutto il resto…
In Italia, la canzone francese è sempre stata misconosciuta. Solo qualche nome ha avuto notorietà: Edith Piaf, Charles Aznavour, Gilbert Bécaud, Moustaki (per una sola canzone), Henri Salvador. Perché?
Intanto si tratta di artisti diversi e spesso più commerciali, ancorché bravissimi. Ma da noi esiste uno “zoccolo duro” di appassionati che via via spero aumenteranno. Non mi illudo troppo perché agli artisti francesi è stata data sempre poca risonanza e diffusione. Ma non dipende dal pubblico. Ci dovrebbe pensare l’industria discografica.
Giancarlo Granziero
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