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Storie nella valigia - archivio

(agosto 2001)

Un taxi veneto per le vie della capitale 

Antonio Balsemin, dopo un'esperienza di emigrazione in diversi paesi delle Americhe, da trent'anni si è stabilito a Roma dove fa il tassista. Ma la sua vera passione è scrivere nel suo dialetto vicentino. Un progetto dettato dalla nostalgia per i luoghi nei quali ha trascorso la sua giovinezza, ma ancor di più dalla convinzione che tale patrimonio di storia e di cultura non possa andare perduto

Antonio BalseminSono migliaia le storie di veneti che hanno lasciato la loro terra per cercar fortuna altrove, ma quella del vicentino Antonio Balsemin ha indubbiamente qualcosa di singolare. Nato a Castello di Arzignano il 23 ottobre 1939, dopo una breve esperienza di vita religiosa presso i Servi di Maria a Monte Berico, a 29 anni Balsemin inizia il suo girovagare per il mondo. Per due anni vive e lavora in città come New York, Rio de Janeiro, Città del Messico e Santo Domingo. "Non ho mai avuto alcun tipo di problema all'estero - racconta -. Conservo di quel periodo un felice ricordo, sia per l'ottima accoglienza riservatami ovunque, sia per le molteplici esperienze che ho maturato in paesi così diversi."

Le soddisfazioni ottenute negli anni trascorsi oltre oceano lo convincono a continuare il suo viaggio di emigrante e di uomo, con l'obiettivo di consolidare la propria indipendenza, cimentandosi in differenti mestieri: rappresentante, imprenditore edile, aiuto-regista e infine tassista. Balsemin esercita tuttora questa attività a Roma, ove risiede dal 1976. Un lavoro che gli consente di coltivare la sua grande passione: scrivere nel dialetto natio. In taxi, fra una corsa e l'altra, lascia che la memoria gli detti le storie della sua infanzia e dalle pagine scritte riemerge il quotidiano vivere in quella terra contadina dell'alto vicentino che lui non ha mai smesso di amare.

"Ogni identità locale - spiega Balsemin - poggia le sue tradizioni sulla possibilità di trasferire di generazione in generazione un patrimonio di valore etnico e culturale inestimabile. L'avvento della tecnologia rischia di cancellare questi valori. Allora, chi non dimentica le proprie radici, sente il bisogno di far sentire la propria voce. Tra i vari progetti che ho in mente, mi piacerebbe realizzare un programma televisivo nel quale ad ogni realtà locale sia consentito di presentare il proprio dialetto, spiegandolo agli altri perché possa essere compreso. Un programma, insomma, che consentirebbe di valorizzare le diverse espressioni e fornirebbe l'opportunità di uno scambio linguistico".

Un'attenzione e una sensibilità che Balsemin evidenzia anche nell'introduzione a "Sta sera ve conto" ("Questa sera vi racconto", il suo ultimo lavoro), nella quale si augura che "alla parlata 'veneta' possa essere riconosciuta la denominazione di 'lingua'", invitando "qualsiasi compositore o simpatizzante del proprio vernacolo" a fare altrettanto.

Sono tre i libri nel dialetto vicentino della Val del Chiampo realizzati finora dal tassista-scrittore, presentati con la traduzione italiana a fronte, che consente al lettore di seguirne i contenuti senza alcuna difficoltà. Ma nella prolifica penna dell'autore c'è molto inchiostro per nuove opere.

Lo scrittore veneto è stato recensito più volte da note testate nazionali e ha ricevuto apprezzamenti anche dal severo "Osservatore Romano". Egli, inoltre, divulga i propri progetti utilizzando la Rete, nel sito Internet personale www.antoniobalsemin.it, realizzato per contattare "tutti gli italiani nel mondo, specialmente gli emigranti sparsi ovunque", affinché trasferiscano le storie e fantasie che lui narra nei suoi libri, nella lingua della nazione in cui vivono e lavorano, "ma soprattutto - ha aggiunto - perché possano tramandare il salvabile delle tradizioni, che corrono il rischio di svanire con il trascorrere inesorabile del tempo."

"Il presente sarà la storia di domani, e se noi non salveremo le tradizioni fissandole con lo scritto, fra 50 o 100 anni ed oltre le future generazioni si troveranno ad avere un vuoto alle spalle ed una perdita della propria cultura". Così conclude Antonio Balsemin per affermare il suo punto di vista, citando quanto scritto da Paolo Diacono nella 'Historia Longobardorum': "il futuro ha le sue radici profonde nel passato".

 

 


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