Un taxi veneto per le vie della capitale
Antonio Balsemin, dopo un'esperienza di emigrazione in
diversi paesi delle Americhe, da trent'anni si è stabilito a Roma
dove fa il tassista. Ma la sua vera passione è scrivere nel suo
dialetto vicentino. Un progetto dettato dalla nostalgia per i luoghi
nei quali ha trascorso la sua giovinezza, ma ancor di più dalla
convinzione che tale patrimonio di storia e di cultura non possa
andare perduto
Sono
migliaia le storie di veneti che hanno lasciato la loro terra per
cercar fortuna altrove, ma quella del vicentino Antonio Balsemin ha
indubbiamente qualcosa di singolare. Nato a Castello di Arzignano il
23 ottobre 1939, dopo una breve esperienza di vita religiosa presso i
Servi di Maria a Monte Berico, a 29 anni Balsemin inizia il suo
girovagare per il mondo. Per due anni vive e lavora in città come New
York, Rio de Janeiro, Città del Messico e Santo Domingo. "Non ho
mai avuto alcun tipo di problema all'estero - racconta -. Conservo di
quel periodo un felice ricordo, sia per l'ottima accoglienza
riservatami ovunque, sia per le molteplici esperienze che ho maturato
in paesi così diversi."
Le soddisfazioni ottenute negli anni trascorsi oltre
oceano lo convincono a continuare il suo viaggio di emigrante e di
uomo, con l'obiettivo di consolidare la propria indipendenza,
cimentandosi in differenti mestieri: rappresentante, imprenditore
edile, aiuto-regista e infine tassista. Balsemin esercita tuttora
questa attività a Roma, ove risiede dal 1976. Un lavoro che gli
consente di coltivare la sua grande passione: scrivere nel dialetto
natio. In taxi, fra una corsa e l'altra, lascia che la memoria gli
detti le storie della sua infanzia e dalle pagine scritte riemerge il
quotidiano vivere in quella terra contadina dell'alto vicentino che
lui non ha mai smesso di amare.
"Ogni identità locale - spiega Balsemin -
poggia le sue tradizioni sulla possibilità di trasferire di
generazione in generazione un patrimonio di valore etnico e culturale
inestimabile. L'avvento della tecnologia rischia di cancellare questi
valori. Allora, chi non dimentica le proprie radici, sente il bisogno
di far sentire la propria voce. Tra i vari progetti che ho in mente,
mi piacerebbe realizzare un programma televisivo nel quale ad ogni
realtà locale sia consentito di presentare il proprio dialetto,
spiegandolo agli altri perché possa essere compreso. Un programma,
insomma, che consentirebbe di valorizzare le diverse espressioni e
fornirebbe l'opportunità di uno scambio linguistico".
Un'attenzione e una sensibilità che Balsemin
evidenzia anche nell'introduzione a "Sta sera ve conto"
("Questa sera vi racconto", il suo ultimo lavoro), nella
quale si augura che "alla parlata 'veneta' possa essere
riconosciuta la denominazione di 'lingua'", invitando
"qualsiasi compositore o simpatizzante del proprio
vernacolo" a fare altrettanto.
Sono tre i libri nel dialetto vicentino della Val
del Chiampo realizzati finora dal tassista-scrittore, presentati con
la traduzione italiana a fronte, che consente al lettore di seguirne i
contenuti senza alcuna difficoltà. Ma nella prolifica penna
dell'autore c'è molto inchiostro per nuove opere.
Lo scrittore veneto è stato recensito più volte da
note testate nazionali e ha ricevuto apprezzamenti anche dal severo
"Osservatore Romano". Egli, inoltre, divulga i propri
progetti utilizzando la Rete, nel sito Internet personale www.antoniobalsemin.it,
realizzato per contattare "tutti gli italiani nel mondo,
specialmente gli emigranti sparsi ovunque", affinché
trasferiscano le storie e fantasie che lui narra nei suoi libri, nella
lingua della nazione in cui vivono e lavorano, "ma soprattutto -
ha aggiunto - perché possano tramandare il salvabile delle
tradizioni, che corrono il rischio di svanire con il trascorrere
inesorabile del tempo."
"Il presente sarà la storia di domani, e se
noi non salveremo le tradizioni fissandole con lo scritto, fra 50 o
100 anni ed oltre le future generazioni si troveranno ad avere un
vuoto alle spalle ed una perdita della propria cultura". Così
conclude Antonio Balsemin per affermare il suo punto di vista, citando
quanto scritto da Paolo Diacono nella 'Historia Longobardorum':
"il futuro ha le sue radici profonde nel passato".