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Attualità

Il Carnevale dei
ragazzi
Nelle nostre zone, a Carnevale, i ragazzini usavano, un tempo, andare a ciciuìt: una questua dei bambini, a caccia di frìtoe e cròstoi. La sandonatese Maria Clara Serra, nel suo libro: “Ambarabà cicì cocò – una volta giocavamo così ”- descrive
l’andàr a ciciuìt. Eccone un estratto.
Il Carnevale era l’unico periodo dell’anno in cui ci si poteva divertire ufficialmente. Gli adulti organizzavano casalinghe feste danzanti e noi andavamo a ciciuìt. Erano indispensabili il travestimento e il bastoncino. Niente costumi acquistati, ma tutto recuperato e modificato: un vestito della mamma di moda negli anni trenta, oppure una vecchia giacca…e sugli occhi una mascherina nera, ricavata dalla copertina di un vecchio quaderno e legata dietro la nuca con due lacci di spago. In mano però era indispensabile avere un bastoncino lungo un paio di spanne, con la punta affilata o, in mancanza di meglio, un ago da calza, di quelli grossi, di legno, che la nonna usava per lavorare filati molto consistenti. Si partiva in piccoli gruppi, sghignazzando come matti e traballando sui tacchi delle vecchie scarpe della mamma o dentro gli scarponi del babbo. Il gioco consisteva nel presentarsi alla porta delle case e, con il garbo che ci distingueva, chiedere tutti assieme: ciciuìt, ciciuìt! Non so esattamente che linguaggio fosse, ma la padrona di casa capiva
i mmediatamente e si presentava sulla soglia con una gran terrina di frittelle calde. Noi paravamo immediatamente i nostri spiedi e lei vi infilzava una o due fritoé ciascuno. A quel tempo si credeva comunemente che il vino facesse buon sangue. A Carnevale non badavano molto al fatto che noi avessimo solo sei o sette anni: ci mettevano in mano un bel bicchiere di raboso o di merlot, di quelli che lasciano i baffi viola ai bordi della bocca e noi, tra una frìtoea e un cròstoeo, ridendo e sghignazzando allegramente, ci scolavamo tutto. Grandi ringraziamenti, complimenti alla padrona di casa …e di nuovo ciciuìt, ciciuìt davanti a un’altra porta. Sulla soglia di ogni casa si consumava il rito del chi sèo, bèle mascherine? E noi, con la voce contraffatta cercavano di non farci riconoscere. Ricordo poco dei ritorni a casa: grandi risate, i bastoncini, le mani e lo stomaco pieni di frittelle, la testa che girava un po’ e una gran voglia di andare a letto.
A rizeta dee fritòe
4 uova
15 cucchiai di zucchero
3 bicchieri d’acqua
1 bicchierino di grappa
2 arance buccia grattugiata e succo
1 mela grattugiata
1 limone buccia grattugiata
1 bustina lievito vanigliato
2 bustine vaniglia
1 bottiglietta aroma rum
1 bottiglietta aroma cedro
3 cucchiai di olio di semi
1 pacco uvetta
sale
7/8 hg farina frumento 00
In una terrina si sbattono i tuorli con lo zucchero, a parte si montano leggermente a neve gli albumi, poi si aggiungono ai tuorli. Si amalgamano via via tutti gli ingredienti nell’ordine esposto, misiando ben ogni volta. Le frittelle si cuociono in abbondante olio bollente. L’impasto va raccolto con un cucchiaio grande e fatto scivolare nell’olio, a cucchiaini. Attenzione alla temperatura dell’olio, va regolata dopo la prima fasorada de fritoe, in modo che risultino rosee esternamente e cotte internamente. La dose è per 6/8 persone, amanti dee fritoe.
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