|
Prodotti
tradizionali

"Tutti i giorni nasce
un fungo": meglio se commestibile
Definiti nell'antica Roma
"cibo degli Dei",
mentre i Faraoni se ne attribuivano il monopolio, i
funghi spontanei erano noti come prelibata pietanza già
nell'anno 1000 a.C. Purtroppo però, per coloro che ne
apprezzavano le qualità gastronomiche, la stagione per poterli
gustare era e rimane molto breve e fu solo intorno al 1700 che
gli orticoli francesi impararono a coltivarli nelle grotte e
nelle cantine.
E fu proprio dalla Francia che
all'inizio del secolo scorso s'importò in Italia la
coltivazione del fungo. Intere famiglie del bergamasco, del
Lazio e del Veneto, infatti, erano andate a lavorare nelle
fungaie in grotta nei dintorni di Parigi, dove veniva coltivato
un fungo bianco chiamato "Champignon de Paris", un
termine con il quale ancor oggi s'intende il fungo coltivato di
tipo prataiolo. Tornati in patria, questi nostri connazionali
portarono con se il loro bagaglio di conoscenza ed esperienza,
dando vita alla fungicoltura, che si sviluppò soprattutto nel
Veneto.
I
primi esempi di realizzazione di coltura in grotta si ebbero a
Vicenza, nelle grotte di Costozza, nelle quali già naturalmente
esistevano le condizioni climatiche di temperatura ed umidità
per lo sviluppo del prataiolo.
Alla fine degli anni 50 le prime
"Fungaie" o "case dei funghi", fecero
la loro apparizione e ci fu subito un salto di qualità con
l'imposizione del cosiddetto Sistema Americano, che prevede
l'uso di ripiani fissi sovrapposti in cui viene sistemato il
substrato per la coltivazione.
La coltivazione dei funghi di
Costozza, localmente chiamati sbrise,
prevede l'utilizzo di compost e in particolare di paglie di
grano tenero e duro, di paglia di erba medica da seme, che
forniscono al fungo i necessari quantitativi di lignina e
cellulosa, di stocchi di granoturco e
altre fibre vegetali, come la fibra di lino, che
contengono cellulosa ed emicellulosa.
Il compost specifico per il
Pioppino, si ottiene macinando i vari componenti: paglie di
grano tenero e duro, paglia di erba medica da seme, stocchi di
mais. L’insieme viene miscelato e abbeverato (facendo
assorbire un determinato quantitativo di acqua). Successivamente
avviene la fermentazione. Il compost, pronto per
l’inseminazione, deve possedere uno specifico equilibrio
nutritivo (un rapporto tra elementi organici ed inorganici).
Una volta svuotati, i locali
che ospitano la coltivazione vengono disinfettati. Il compost
viene messo nelle stanze coperto da sacchi di plastica preforati.
Quindi si insemina con le spore del fungo. Ciò avviene, per
esigenze di mercato, intorno a fine Agosto.
L’incubazione
dura circa un mese: si tratta di una fase vegetativa del fungo
per la quale non avviene nessun condizionamento dell’ambiente
lasciando utilizzare al fungo l’ossigeno disponibile. Comparsi
i primi carpofori, si immette l’aria necessaria e si elimina
l’anidride carbonica (si aprono le porte degli stanzoni). Il
fungo, raggiunta la maturazione (in 8-10 giorni dai primi
carpofori), viene raccolto a mano, riposto in cassette di legno
ed avviato al mercato. Dura pochi giorni, circa una settimana, e
si conserva in frigorifero ad una temperatura di 4° C.
L’aspetto più tradizionale
è la produzione del fungo in grotta che, a parità di
quantitativo di compost, è in quantità inferiore rispetto a
quella di serra. Si tratta infatti di condizioni climatiche ed
ambientali medie ideali: solo nel capannone è possibile quel
controllo e condizionamento ottimali dell’ambiente in tutte le
fasi di coltivazione, le grotte a risultano troppo estese.
Parallelamente però, e in
dipendenza da ciò, vi è una sostanziale differenza
qualitativa: il fungo di serra supera quello di grotta dal punto
di vista estetico, ma non da quello qualitativo ed
organolettico. La quantità che si produce in grotta è
equilibrata, non abbondante, ma neanche scarsa, così da
determinare un fungo dotato di consistenza strutturale maggiore.
Il microclima di grotta, oltre ad abbattere gli investimenti,
consente in questo senso una produzione più naturale, che si
avvicina alla qualità dei funghi spontanei, anche perché in
copertura non vengono effettuati trattamenti chimici.
“Fu merito di Giulio Da Schio
se dal 1912 queste colture sono diventate una realtà e se
ancora oggi vantano rinomanza nel Vicentino, superando indenni
la guerra e le innovazioni tecnologiche (le grotte durante la
seconda guerra mondiale furono requisite per uso bellico). Negli
anni ’50 la passione del Conte Alvise Da Schio fece tornare
nelle antiche grotte quei funghi bianchi, saporiti e
deliziosi.” Il brano è tratto dalla pubblicazione “Bere e
Mangiare nel Vicentino”.
Un'altra varietà di fungo
coltivato è quella del Montello, la cui zona di produzione
comprende i Comuni di
Paese, Trevignano, Carbonera, Vedelago, Pederobba, Moriago ed
Istrana. Tra i funghi
coltivati nella provincia di Treviso vanno ricordati il
Prataiolo, il Preuroto o
Gelone o Orecchione o Sbrisa
e il Piopparello.
Il micelio viene prodotto in
laboratorio e poi inoculato su substrato alimentare come paglia
di grano e riso, segatura, crusche e simili (nel caso degli
champignon si usa sterco di cavallo arricchito di azoto), con
l'aggiunta di pollina, solfato ammonico e farina di sosia
tostata. L'inoculazione è preceduta da una fase di
condizionamento del substrato, necessaria per eliminare
microrganismi nocivi e da una pastorizzazione a 60° C. Il
processo produttivo, che avviene sotto tunnel dotati di
controllo integrale delle condizioni di temperatura e umidità,
prevede la forzatura delle temperature e dell'umidità e
l'immissione di ossigeno.
Il prodotto che viene raccolto
viene selezionato e inviato al confezionamento per la vendita al
fresco o all’industria.
L'avvio della coltivazione
nella provincia di Treviso avvenne negli anni '60, ad opera di
alcuni imprenditori che operavano nelle zone del Montello, a
Venegazzù e a Paese; già negli anni '70 una settantina di
aziende locali
concorrevano per oltre il 50% alla produzione nazionale.
Considerato un parente povero
del porcino, lo "champignon" ha dalla sua, oltre al
fatto di poter essere reperibile fresco tutto l'anno, quello di
costare assai meno e di essere riuscito a darsi una
"personalità" nel panorama gastronomico, tanto da
essere gustato sia cotto, sia crudo.
Contrariamente a quanto si può
pensare, non esiste una sola specie di funghi coltivati: quelli
più diffusi sono di un color bianco latte e hanno una
consistenza soda e un cappello con un diametro appena superiore
al gambo. L'errore più frequente è quello di tagliarli in un
modo non adatto all'utilizzo che se ne vuole fare. Ad esempio,
per cucinarli in padella con aglio e prezzemolo è bene
tagliarli piuttosto spessi e cuocerli a fuoco vivace, senza
aggiungere sale. In questo modo i funghi risulteranno più sodi
ed eviteranno, soprattutto, di produrre liquido in abbondanza,
che trasformerebbe la cottura al salto in una semplice
lessatura. Sempre per questo motivo è bene non usare coperchi,
affinché il liquido emesso possa evaporare. La particolare
forma dei funghi coltivati ha inoltre permesso ai cuochi di
sbizzarrirsi in guarnizioni e decorazioni, come le cappelle di
fungo tornite. Con l'aiuto di un riga-limoni, o per chi ha
pazienza con un coltellino, vengono disegnate delle striature in
superficie. Una volta cotto il fungo, la differenza di colore
tra la parte incisa e l'altra formerà un bel gioco di
chiaroscuro, particolarmente adatto per accompagnare carni
rosse, arrostite o saltate in padella.
Ma la vera novità portata
dagli champignons è stata quella di abituare le persone a
mangiare i funghi crudi: dentro l'insalata mista, oppure da
soli, conditi con olio e limone, ecco che poco a poco la paura
del crudo si è stemperata e oggi si ritrovano lamelle di funghi
crudi su carpacci, pizze e addirittura dentro panini imbottiti.
In questo caso è invece importante che il fungo sia tagliato a
fette sottili, affinché masticandolo l'acqua di vegetazione non
riempia la bocca, lasciando una sgradevole sensazione di acidità.
Indispensabile, in questo caso, pelare la parte superiore, per
evitare il formarsi di filamenti. Prima dell'utilizzo è bene
conservarli in acqua acidula, altrimenti anneriscono.
|