Marano: da una pannocchia di successo la regina delle polente
Si chiamerebbe Maranelo, ma la sua fama ha ben
presto varcato gli stretti confini della zona d’origine dalla
quale ha preso il nome, Marano Vicentino. E facendo strada ha
acquisito una elle in più, trasformandosi da termine dialettale
a denominazione di quella che gli esperti considerano la
pannocchia dalla quale si ricava la miglior farina di mais
per la preparazione della polenta, il Maranello. Attenzione,
però, perché questa farina vanta numerosi tentativi di
imitazione e, indipendentemente dal numero di elle, l’importante
è che sia quella originale di Marano.
Insomma, niente a che vedere con la località dove ha sede la
Rossa d’Italia più famosa nel mondo, la Ferrari, anche se con
questa ha qualcosa in comune: il colore – i chicchi di questo
mais sono, infatti, di un rosso aranciato – e una spiccata
vocazione al successo, tanto da essere considerata la Numero Uno
tra i prodotti del suo genere.
Di Marano era Antonio Fioretti, un agricoltore
quantomeno curioso e intraprendente, che, nel 1890 decise di
incrociare nel suo podere due varietà di mais locali,
Pignoletto d'Oro e Nostrano, nella speranza di adattare al
meglio la pianta alle terre ghiaiose del Leogra, coniugando la
qualità del primo alla resa del secondo. Si rivelò una felice
intuizione e, dopo un'opera di selezione durata ben
vent'anni, nacque il nuovo granoturco che, come detto, dalla
pianura padana conquistò le tavole di tutto il mondo.
Nel 1940 il grano Marano ottenne il marchio governativo
dallo Stato e ancor oggi è custodito nella banca del
germoplasma dell’Istituto di Genetica e Sperimentazione
Agraria Strampelli di Lonigo. In quegli anni la coltivazione del
Marano si diffuse in gran parte del nord Italia, tanto da
essere una delle varietà più utilizzate, ma, dal secondo
dopoguerra, con la graduale scomparsa della polenta dalle
tavole, il prodotto conobbe una forte crisi, che divenne poi
tracollo con l’affermarsi dei mais ibridi che, pur perdendo in
qualità, garantivano una resa molto più elevata.
E’ nell’ultimo decennio, con la riscoperta dei prodotti
di qualità e con una rinnovata attenzione per le nostre antiche
tradizioni, comprese quelle gastronomiche, che il Mais
Marano (nome ufficiale) è tornato in auge, insieme alla
polenta e ai suoi fantastici e irrinunciabili abbinamenti con
alcuni grandi protagonisti della cucina veneta, quale ad esempio
il baccalà.
Di questa farina originale oggi se ne produce una quantità
molto limitata: si tratta di un cosiddetto prodotto di
nicchia, apprezzato soprattutto dai cultori della buona cucina e
dai ristoratori che si impegnano a far conoscere e valorizzare i
sapori veri della nostra tradizione. Esiste un Consorzio di
Tutela Mais Marano che si propone, oltre a salvaguardare la
qualità del prodotto, di ottenere il riconoscimento comunitario
dell’Indicazione Geografica Protetta (Igp).
Dalle pannocchie di piccola taglia di questo mais, i cui
chicchi sono ricchi di glutine – diversamente da altri
comuni mais che contengono più amidi -, si ricava una farina
ideale per la polenta, che risulta di un colore giallo intenso,
screziato da caratteristiche pagliuzze marroni, e dall’inconfondibile
gradevolissimo sapore.
I paioli non torneranno a farla da padroni nelle nostre
cucine e assisteremo al rito di "fare la polenta nel
caliero" solo in qualche rara occasione rievocativa di un
passato che comunque sarebbe un delitto consegnare all’oblio.
Non fosse altro perché nella conservazione delle nostre
tradizioni abbiamo salvato anche dei veri e propri tesori
gastronomici a cui è meglio non dover rinunciare e uno di
questi è il Mais Marano. E passi pure che i veneti siano
polentoni, purché la polenta sia di qualità.