anno  IV - n. 51
25 dicembre 2002

 

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Prodotti tradizionali

La pecora alpagota, un particolare ovino autoctono le cui carni non temono confronti con i pre-salé d'oltralpe

Da scoli la pastorizia rappresenta la principale fonte di reddito d'Alpago, tanto che una pecora è immortalata nello stemma del Comune di Chies, il paese dell'altopiano che contava il maggior numero di famiglie dedite all'allevamento ovino.

Un'attività che rimase florida fino al secondo dopoguerra, quando nei pascoli tra i 1000 e 1500 metri d'altitudine c'erano numerose malghe che ospitavano nutriti greggi, composti anche da un migliaio di pecore.

E Alpago ha dato il nome ad una razza autoctona di taglia medio-piccola, dalla curiosa maculatura scura sulla testa e sulla parte inferiore degli arti, dal mantello folto, fine e ondulato che la ricopre totalmente, dal ginocchio e dal garretto fino alla fronte. Senza corna, con orecchie piccole e profilo montanino, è una razza rustica, adatta all'ambiente alpino, ma altrettanto adatta all'allevamento in stalla. E' frequente che nascano agnelli con orecchie minuscole, quasi inesistenti, che in Alpago li chiamano "Monghe".

Come la maggior parte delle razze autoctone, anche l'alpagota si è drasticamente ridotta e se oggi se ne contano tra i due e i tre mila capi, lo si deve, oltre all'appassionato lavoro dei pochi allevatori rimasti, anche alla Comunità Europea, che inserì l'ovino tra le specie locali minacciate di estinzione, sia al recupero della razza avviato dall'Istituto Professionale di Stato per l'Agricoltura e l'Ambiente "G.Corazzin " di Colle Umberto in provincia di Treviso, che nell'ambito della sua attività di Zootecnia, nel 1996 ha aderito al programma Agroambientale della Regione, relativo all'Allevamento di specie locali in via di estinzione.

Le finalità principali del progetto è quella di esaltare, mediante consanguineità, i caratteri tipici della razza, per creare un nucleo di riferimento utile alle rilevazioni biometriche ed ai controlli funzionali. La parte di applicazione più immediata del progetto riguarda l'impiego della pecora di razza Alpagota in attività produttive rispettose dell'ambiente, come ad esempio la zootecnia biologica.

Nel 1998, con Decreto Legislativo n.173, l'Alpagota venne riconosciuta come prodotto agroalimentare tradizionale.

Considerata ovino a triplice attitudine, cioè valida sia per la carne, sia per la produzione di latte e lana, oggi è allevata quasi esclusivamente per l'ottima carne di agnello, purtroppo reperibile solo nella zona dei cinque Comuni dell'Alpago: saporita, tenera e compatta allo stesso tempo, può reggere tranquillamente il confronto con i più celebri pre-salé d'oltralpe. Gli agnelli migliori sono quelli macellati a 55 - 65 giorni dalla nascita e con un peso, da vivi, di 15 - 25 chilogrammi.

Un disciplinare, sottoscritto da alcuni allevatori dell'Alpago, riunitisi in Presidio, si propone di tracciare alcune linee guida fondamentali per allevare l'agnello in modo da ottenere carni di alta qualità, per le quali è indispensabile l'allevamento allo stato brado, con alimentazione a base di foraggio di prato, oppure semibrado con l'integrazione di fieno prodotto in loco e sfarinati di cereali. L'uso dell'ovile è permesso solo a condizione di garantire il benessere degli animali e un accrescimento sano ed equilibrato.

Per qualificare ancor di più la produzione, il Presidio ha registrato un marchio proprio, "Agnello d'Alpago", che garantisce la completa tracciabilità del prodotto; l'etichetta apposta sulle carni, oltre al marchio, riporta, infatti, il nome e l'indirizzo dell'allevatore e i codici del macello e dell'allevamento.

La carne è utilizzata e preparata in vari modi e in particolare molto in uso nella zona è l'agnello al forno, il carrè in cottura rosa e l'agnello allo spiedo.