Da scoli la pastorizia rappresenta la principale fonte di
reddito d'Alpago, tanto che una pecora è immortalata nello
stemma del Comune di Chies, il paese dell'altopiano che contava
il maggior numero di famiglie dedite all'allevamento ovino.
Un'attività che rimase florida fino al secondo dopoguerra,
quando nei pascoli tra i 1000 e 1500 metri d'altitudine c'erano
numerose malghe che ospitavano nutriti greggi, composti anche da
un migliaio di pecore.
E Alpago ha dato il nome ad una razza autoctona
di taglia medio-piccola, dalla curiosa maculatura scura sulla
testa e sulla parte inferiore degli arti, dal mantello folto,
fine e ondulato che la ricopre totalmente, dal ginocchio e dal
garretto fino alla fronte. Senza corna, con orecchie piccole e
profilo montanino, è una razza rustica, adatta all'ambiente
alpino, ma altrettanto adatta all'allevamento in stalla. E'
frequente che nascano agnelli con orecchie minuscole, quasi
inesistenti, che in Alpago li chiamano "Monghe".
Come la maggior parte delle razze autoctone, anche l'alpagota
si è drasticamente ridotta e se oggi se ne contano tra i due e
i tre mila capi, lo si deve, oltre all'appassionato lavoro dei
pochi allevatori rimasti, anche alla Comunità Europea, che
inserì l'ovino tra le specie locali minacciate di estinzione,
sia al recupero della razza avviato dall'Istituto Professionale
di Stato per l'Agricoltura e l'Ambiente "G.Corazzin "
di Colle Umberto in provincia di Treviso, che nell'ambito della
sua attività di Zootecnia, nel 1996 ha aderito al programma
Agroambientale della Regione, relativo all'Allevamento di specie
locali in via di estinzione.
Le finalità principali del progetto è quella di esaltare,
mediante consanguineità, i caratteri tipici della razza, per
creare un nucleo di riferimento utile alle rilevazioni
biometriche ed ai controlli funzionali. La parte di applicazione
più immediata del progetto riguarda l'impiego della pecora di
razza Alpagota in attività produttive rispettose dell'ambiente,
come ad esempio la zootecnia biologica.
Nel 1998, con Decreto Legislativo n.173, l'Alpagota venne
riconosciuta come prodotto agroalimentare tradizionale.
Considerata ovino a triplice attitudine, cioè valida
sia per la carne, sia per la produzione di latte e lana, oggi è
allevata quasi esclusivamente per l'ottima carne di agnello,
purtroppo reperibile solo nella zona dei cinque Comuni dell'Alpago:
saporita, tenera e compatta allo stesso tempo, può reggere
tranquillamente il confronto con i più celebri pre-salé
d'oltralpe. Gli agnelli migliori sono quelli macellati a 55 - 65
giorni dalla nascita e con un peso, da vivi, di 15 - 25
chilogrammi.
Un disciplinare, sottoscritto da alcuni allevatori dell'Alpago,
riunitisi in Presidio, si propone di tracciare alcune
linee guida fondamentali per allevare l'agnello in modo da
ottenere carni di alta qualità, per le quali è indispensabile
l'allevamento allo stato brado, con alimentazione a base di
foraggio di prato, oppure semibrado con l'integrazione di fieno
prodotto in loco e sfarinati di cereali. L'uso dell'ovile è
permesso solo a condizione di garantire il benessere degli
animali e un accrescimento sano ed equilibrato.
Per qualificare ancor di più la produzione, il Presidio ha
registrato un marchio proprio, "Agnello d'Alpago",
che garantisce la completa tracciabilità del prodotto;
l'etichetta apposta sulle carni, oltre al marchio, riporta,
infatti, il nome e l'indirizzo dell'allevatore e i codici del
macello e dell'allevamento.
La carne è utilizzata e preparata in vari modi e in
particolare molto in uso nella zona è l'agnello al forno, il
carrè in cottura rosa e l'agnello allo spiedo.