Ricotta veneta: dalle malghe alle specialità più originali
Di latte di capra, pecora, vacca, bufala, fresca stagionata,
salata, ricoperta di peperoncino, affumicata o cotta al forno,
svariate sono le tipologie di ricotta e la sua preparazione in
passato era quasi un rito, che si svolgeva due volte al giorno
dopo la mungitura, al mattino presto e nel tardo pomeriggio.
La storia della ricotta di vacca è ampiamente illustrata sia
dallo storico Antonio Uccello, che ne descrive minuziosamente la
lavorazione e gli utensili utilizzati, sia da Carmelo Trasselli,
che nel "Calmiere dei viveri al minuto a Palermo"
riporta la ricotta come uno dei generi alimentari di più largo
consumo.
Particolarmente saporita quella affumicata, il cui processo
produttivo cambia, rispetto a quello usato per la ricotta
tradizionale, solo per l'aggiunta di acido citrico, che ne
permette una stagionatura di oltre un mese.
Nelle malghe delle montagne venete da sempre è diffusa la
tradizione di appendere sul camino la ricotta, per farla
affumicare lentamente impregnandola dei profumi del faggio, del
rovere e delle conifere. Dall'agordino all'Altopiano del
Cansiglio, al Grappa, le diverse tecniche di affumicazione, con
essenze di ginepro o con fieno ed erbe aromatiche e l'odore
penetrante di fumo misto a quello del latte, riportano al
profumo intenso dei boschi e dei pascoli.
La Ricotta, o puìna, attualmente si produce negli
allevamenti stanziali dei Comuni di Mossano e Montegalda in
provincia di Vicenza. In passato
interessava buona parte dei Comuni del Basso Vicentino, in cui,
nel periodo invernale, si effettuava la transumanza delle greggi
montane. Parallelamente le stalle delle case vedevano sempre la
presenza, accanto alla vacca, di almeno una o due pecore: gli
allevamenti transumanti erano principalmente da lana, anche se
una piccola produzione di formaggio vi era sempre, mentre le
pecore delle famiglie contadine servivano per latte, lana e
carne.
In particolare, "Sino agli inizi dell’800 nel Veneto
venivano allevate diverse razze o popolazioni autoctone"…"con
dei caratteri morfologici e genetici ben definiti, che
consentivano di identificarne anche i diversi indirizzi
produttivi. Vi erano, infatti pecore"…"a triplice
attitudine (lana, carne e latte). In quell’epoca e fino ai
primi anni ’90 del secolo scorso, venivano allevati
essenzialmente due diversi tipi di pecore: quelle di pianura,
che si possono identificare con quella Padovana, e quelle di
montagna"…" La pecora Padovana, classificata a
triplice attitudine"…"Il suo allevamento, che nel
‘700 si estendeva anche nel Vicentino e nel Veronese con una
consistenza di oltre 100.000 capi, si era ridotto nel 1930 a
qualche migliaio di capi, localizzati principalmente nei
territori di Este, Montagnana, e Noventa Vicentina."…"Era
nota, in particolare, l’avversione degli allevatori di pianura
ai pastori di montagna"… "dopo l’allevamento degli
agnelli, le pecore venivano munte per circa quattro mesi, con
una produzione di 150-200 litri di latte. Il latte era impiegato
per uso domestico o trasformato in formaggio che, essendo molto
ricercato dai consumatori veneti, veniva venduto ai piccoli
commercianti del luogo."…"La pecora Padovana veniva
allevata anche in provincia di Vicenza e particolarmente a
Noventa Vicentina, dove era conosciuta con il nome di Noventana,
che si differenziava per la maggior mole"…"mantenendo
sostanzialmente le altre caratteristiche produttive e
riproduttive.
"Accanto a quello transumante, nel vicentino veniva
praticato anche l’allevamento stanziale che, secondo le
anagrafi (censimenti) venete del tardo ‘700, riguardava circa
80.000 capi, prevalentemente nella fascia collinare e valliva
della provincia. Nel 1775 vennero contate, nei 14 distretti del
territorio (altopiano escluso), 64.390 pecore
"terriere", mentre quelle dell’Altopiano dei Sette
Comuni, e svernanti in pianura, erano 27.052. La maggior parte
delle pecore montane si concentrava nella bassa vicentina, in
particolare nel Vicariato di Camisano, dove si trovava un terzo
dei capi, e nel Vicariato di Barbarano, con il 12%del
totale."…"L’allevamento delle pecore autoctone era
legato prevalentemente alla produzione della lana, anche se i
pastori spesso pagavano una parte dell’affitto dei pascoli con
formaggio, ricotta e qualche agnello." Da "L’allevamento
ovi-caprino nel Veneto". La transumanza nel Basso Vicentino
comportava la classica modalità di pascolare le greggi c.d.
in posta: i proprietari concedevano ai pastori il permanere
sul loro terreno, corrisposti da un compenso che consisteva,
secondo le consuetudini, in qualche agnello e un quantitativo
prefissato di prodotti caseari (altre volte bastava il solo
concime che le greggi lasciavano al loro passaggio). Per il
Basso Vicentino si debbono citare le generazioni di pastori
Palma, oggi residenti nei Comuni di Longare e Montegalda.
Con il passare del tempo avveniva anche che pastori,
transumanti dalle montagne vicentine, si stabilissero nel Basso
Vicentino stabilendo nella zona anche un allevamento con una,
seppur limitata produzione casearia. E’ il caso, per esempio,
di un certo Marini di Gallio, padre dei produttori Leonello e
Giorgio, attualmente residenti ad Orgiano, che agli inizi del
secolo si stabilì in quel di Albettone. I figli hanno
continuato l’attività di pastorizia, prima transumante e poi
stanziale, con la relativa, seppur modesta e per consumo
domestico, produzione di formaggio pecorino.
Accanto ai fenomeni produttivi legati alla pastorizia
transumante, vi era la significativa presenza, nel Basso
Vicentino, degli allevamenti stanziali, diffusi in quantità
modeste nelle case contadine ma anche in agglomerati più
consistenti. In questo caso si deve far riferimento all’antica
e documentata esistenza della pecora Noventana, sopra citata: la
razza di pecora allevata in pianura, detta "di
pianura", consentiva una discreta produzione di latte e di
formaggio, accanto alla, pur rilevante, produzione di lana e
carne.
Dove veniva prodotto il formaggio pecorino, si otteneva anche
la ricotta, affinché la quantità di latte venisse utilizzata
in tutte le sue possibilità.
Le metodiche di lavorazione, conservazione e stagionatura,
prevedono che il siero, venga corretto inizialmente con una
quantità di sale variabile a seconda del grado d’acidità
dello stesso. Successivamente, sempre all’interno della calièra,
viene riscaldato ad una temperatura variabile tra gli 80 e i
90°C, elevata se si vogliono impedire contaminazioni; un tempo
nelle famiglie si cercava di mantenere il siero a fior di
battitura bagnando i bordi con dell’acqua fredda. Quindi
avviene l’affioramento in superficie di un precipitato in
grani molto fini e bianchi, la puìna. Per favore il
processo, ed in particolare la coagulazione in fiocchi, si può
aggiungere il sale amaro. Si raccoglie la ricotta con un
particolare colabrodo, cerchio con manici forato poco profondo,
molto lentamente e delicatamente per non romperla. La resa del
siero di pecora è pari al 7-9%, rispetto al siero vaccino che
raggiunge solo il 2-3%. Terminato lo scolo, si mette in stampini
di piccole dimensioni oppure in sacchettini di tela sottile,
affinché la ricotta possa ancora scolare, rivoltandoli. Il
prodotto è pronto nel giro di poche ore in forma di una pasta
di colore bianchissimo, con struttura fondente quasi lattiginosa
che tuttavia non dà latte. Può durare 5-6 giorni se conservata
correttamente.
Per fare la ricotta la tradizione popolare richiedeva il
silenzio, forse per superstizioni o per garantire l’attenzione
della persona intenta nell’operazione, e che non vi fossero
bambini a disturbare il magico processo d’affioramento
(affinché probabilmente non potessero capitare potàcci
a rompere la ricotta); per lo stesso motivo si bruciava il legno
di faggio per la sua proprietà di non scoppiettare.
La ricotta pecorina conserva le caratteristiche della zona di
produzione del latte da cui proviene il siero utilizzato e
quindi, come il formaggio pecorino, nel Basso Vicentino risulta
dolce, per l’alimentazione a secco delle pecore e
particolarmente leggera. Povera di grassi e ricca di proteine è
apprezzata per l’elevata digeribilità e lo scarso apporto
calorico. Si accompagna tradizionalmente ad un contorno di erbe
di campo cotte.
Non si conserva a lungo, ma solo pochi giorni. Nel Basso
Vicentino, un tempo, un sistema per conservare per qualche tempo
le puìne era quello di metterle nel siero ottenuto dalla
cottura del formaggio aggiungendovi sale, aceto e latte fresco.